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	<title>Riflessioni Archivi - Daniela Melis</title>
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	<description>Nel cuore della Sardegna fra cronaca e leggenda</description>
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		<title>La Regina degli Scacchi e quello strano senso di solitudine</title>
		<link>https://danielamelis.it/la-regina-degli-scacchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2020 16:36:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/la-regina-degli-scacchi/">La Regina degli Scacchi e quello strano senso di solitudine</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<p>Chiudi gli occhi. Poi li apri e sullo schermo c&#8217;è Beth Harmon bambina. Sguardo fisso nel vuoto, bocca sigillata. Sarà la stessa faccia che la protagonista de La Regina degli Scacchi, attualmente disponibile su Netflix, avrà per il resto delle sette puntate. Una mini serie, la più vista il 28 ottobre scorso sulla piattaforma americana, che ha come protagonista <a href="https://www.instagram.com/anyataylorjoy/">Anya Taylor-Joy</a>. L&#8217;attrice di sguardi particolari, gli stessi che nei panni della Harmon rivolge ai suoi sfidanti, ne sa qualcosa. Basti ricordarla nel ruolo di Gina in Peaky Blinders. O nel film Emma (2019). Questa volta il suo viso è ancora più perfetto per nascondere il genio e la rabbia, la logica e i tormenti della protagonista. Un personaggio che è frutto della mente di Walter Tevis, scrittore statunitense. Il suo <a href="https://www.minimumfax.com/shop/product/la-regina-degli-scacchi-1611">The Queen&#8217;s Gambit</a> (questo il titolo originale, dal nome di un&#8217;apertura nel gioco degli scacchi) risale al 1983, oggi solo un altro dei suoi libri messi su schermo. Tratta il tema a lui caro dell&#8217;alcolismo dietro la storia di Beth, <strong>La Regina degli Scacchi</strong>, unica donna in un gioco dominato da uomini. Ma sullo sfondo c&#8217;è anche quello strano senso di solitudine, che nel romanzo e nella serie è soprattutto femminile.</p>
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		<h3 class="p1">La Regina degli Scacchi, ossia Beth Harmon</h3>
<p><strong>La Regina degli Scacchi</strong> ruota attorno alla figura di Beth Harmon. La si conosce quando ha 8 anni, ospite di un orfanotrofio. Silenziosa, muso lungo e occhiaie scure: il suo senso di solitudine esistenziale è evidente. Ossessionata dal ricordo delle lacrime della madre, dalla vaga immagine di un padre mai conosciuto, è negli scacchi che trova comprensione, una via d&#8217;uscita. Nessuna persona, ma solo quella complicata scacchiera, per lei molto più semplice di qualsiasi rapporto con un essere umano. La vede per la prima volta nel seminterrato, dove, solitario, ci gioca Mr. Scheibel. La riproduce nella sua mente durante la notte, sotto l&#8217;effetto di tranquillanti. Negli Stati Uniti a quei tempi, anni Cinquanta e Sessanta, venivano dati ai bambini per tenerli calmi. Le pillole verdi che diventeranno una dipendenza, così come l&#8217;alcol, anche quando sarà più grande. Perché nemmeno quell&#8217;essere tutt&#8217;uno con gli scacchi riesce a compensare (inizialmente?) il grande vuoto che Beth Harmon ha dentro.</p>
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		<h3 class="p1">L&#8217;amore e il vuoto che resta</h3>
<p class="p1">La stessa dinamica di solitudine si presenta per la protagonista de <strong>La Regina degli Scacchi</strong> anche quando appaiono sullo schermo i vari uomini della sua vita. Era curiosa di quei baci che vedeva coinvolti giovani più grandi di lei già ai tempi dell&#8217;orfanotrofio. In realtà poi per Beth i primi approcci alla tenerezza e al sesso hanno un sapore strano. La sensazione che niente possa toccarla fino in fondo. Beth è Beth e nessuno arriva alla sua mente, figurarsi al suo cuore. E&#8217; gentile nei modi con chi le ronza intorno. Vanno a letto insieme. Lei tuttavia sembra impassibile: &#8220;Quando finisci?&#8221;, chiede all&#8217;universitario biondo che la penetra, inconsapevole che il vero piacere è quello altrui, quello di Beth. Ma il sesso a volte non è frutto di complicità e coinvolgimento, né tanto meno fonte di compagnia. Forse l&#8217;esatto contrario: una porta sulla desolazione. Non è un difetto della Regina degli Scacchi. Solo la cecità di chi pretende di capirla e semplicemente non può farlo.</p>
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		<h3 class="p1">La Regina degli Scacchi non è l&#8217;unica donna vittima della solitudine</h3>
<p class="p1">La serie <a href="https://danielamelis.it/blog/chefs-table-la-poesia-del-cibo-su-netflix/">Netflix</a> <strong>La Regina degli Scacchi</strong> e il romanzo da cui è tratta esplorano ancora tra le righe il tema della solitudine femminile. Quando ha 13 Beth Harmon viene adottata da una coppia. Lui, un uomo freddo, si nasconde dietro la lettura di un giornale. Lei, Alma, una donna che ha un evidente bisogno di amore. Il marito non la vede nemmeno in quel suo dolce, profondo toccarsi le corde dell&#8217;anima quando suona il piano. Così la nuova madre di Beth per venir meno a quelle carezze mancate si affida a bicchieri multipli di margarita e squallide lattine di birra, a lacrime disperate a letto alleviate dalle stesse pillole verdi di Beth. La vita non è perfetta dentro le perfette case americane. Ne è un esempio anche Margaret, la compagna di scuola di Beth. Dietro i suoi capelli impeccabili e il ragazzo che la bacia con passione si nasconde lo stesso strano senso di solitudine. Beth la incontra dopo qualche anno, i capelli sempre impeccabili e una fede al dito. Parla di come dopo la scuola sia arrivato il matrimonio col ragazzo di sempre e poi la benedizione di una figlia. Ma nella parte bassa del passeggino è tutto un tintinnare di bottiglie. Forse nemmeno un percorso lineare è la strada per una vita felice.</p>
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<h3>&#8220;Gli scacchi non sono sempre competitivi. Possono anche essere belli. La prima cosa che ho notato <em>è la scacchiera</em>. Un mondo intero di sole 64 caselle. Mi sento salva lì dentro. <em>Posso controllarla.</em> Posso dominarla. <em>Ed è prevedibile</em>, così se capita di farmi del male, ho solo me stessa da biasimare.&#8221; <em>Beth Harmon, La Regina deal Scacchi</em></h3>
</blockquote>
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		<h3 class="p1"><span class="s1">Lo scantinato solitario, l&#8217;unico posto in cui c&#8217;è l&#8217;amore</span></h3>
<p>Ne <strong>La Regina degli Scacchi</strong> il posto considerato tra i più squallidi del mondo emerge come quello che contiene più amore, in ogni senso. Non il letto a baldacchino della nuova casa di Beth, né il matrimonio che si presume splendido di Margaret, ma il seminterrato dell&#8217;orfanotrofio. Dove Mr. Scheibel, il custode, passa il suo tempo libero a giocare a scacchi, dove Beth vede per la prima volta quelle 64 caselle e ci trova qualcosa di unico. E&#8217; vietato andarci per i bambini orfani, se non per liberare le cimose dal gesso. Lì ci son solo strumenti di lavoro di un uomo solitario e un uomo solitario, Mr Scheibel, appunto, che gioca un gioco solitario. Colui che insegnerà a Beth quelle prime, fondamentali mosse che sono anche una lezione di vita. Lei le porterà con sé, ormai ventenne o giù di lì, anche nelle partite a Parigi e Mosca. E lui, nel frattempo, proprio in quel piano sotto terra raccoglierà i successi di Beth: le notizie sulle sue vittorie a scacchi. Strette in un angolo, al riparo dal chiasso del mondo. A volte è nei posti più improbabili che si trova il sale, il gusto, il senso vero della vita. Che trova pace quello strano senso di solitudine.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/la-regina-degli-scacchi/">La Regina degli Scacchi e quello strano senso di solitudine</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<title>La rivincita dei piccoli centri</title>
		<link>https://danielamelis.it/la-rivincita-dei-piccoli-centri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2016 20:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Piccoli centri]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<p><span class="nectar-dropcap" >V</span><strong><em>iviamo in un mondo bizzarro che impone modelli da seguire pedissequamente, incurante delle diversità di ognuno di noi. Seguiamo mode e stili di vita che non ci appartengono, scegliamo professioni per denaro più che per passione, ci lasciamo abbindolare da una marea di notizie negative. Così, parlano di crisi e ci sentiamo in crisi; dicono che non c&#8217;è lavoro e non lavoriamo; collegano musulmano a terrorista e abbiamo paura di persone random; propagano che vivere in un paese fa povero e noi non ci viviamo; e così via. Spesso, però, le verità bisogna trovarle dentro se stessi e lasciar perdere le illusioni della massa.</em></strong></p>
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		<p>È scientificamente provato che si deve stare alla larga da chi è negativo e quindi anche da tutte quelle notizie che vedono catastrofi e drammaticità in ogni dove. Prendiamo ad esempio l&#8217;accanimento contro i <b>piccoli centri</b> e la difesa delle <b>città</b>. Ci hanno inculcato che dai paesi è meglio scappare, perché si stanno spopolando, perché il lavoro è carente, perché non ci sono svaghi per i giovani, né futuro per i bambini, né tanto meno interesse per gli anziani. È pur vero che la città da molto di più a livello di divertimenti e attrattive, ma rende comunque schiavi di certi tempi e ritmi, costringe a spazi stretti, permette la creazione di microcosmi che riproducono alcune dinamiche negative dei paesi. Inoltre, se da un lato c&#8217;è più lavoro, perché ci son più servizi, questo non corrisponde necessariamente all&#8217;avere poi più soldi in tasca. Ed è qui che sorgono i lati positivi dei piccoli centri: la pace, la tranquillità, lo sguardo che si apre su panorami infiniti, senza palazzi a ostacolare il pensiero. Inoltre, resta il fatto più rilevante che &#8220;qui&#8221;, nei centri dimenticati dell&#8217;interno, nei borghi di montagna e in quelli di collina, sia tutto da costruire e ci siano tante opportunità, anche lavorative, da creare.</p>
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		<p>In effetti, nonostante l&#8217;aura negativa che ha aleggiato sui paesi nei decenni scorsi, negli ultimi tempi si legge tanto di professionisti che hanno abbandonato l&#8217;ufficio per la campagna. Insomma, si sentono storie di ritorni alle origini. Son storie che confermano <b>la rivincita dei</b> <b>piccoli centri</b>, come la mia, come tante altre che ho toccato con mano.</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong> Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, <em>non c&#8217;è scampo per un vecchio ordine</em> fondato sul privilegio e sull&#8217;ingiustizia.<br />
</strong></h3>
<h4>&#8211; Berlinguer</h4>
</blockquote>
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		<p>La mia adolescenza è stata turbata. Non sapevo chi volevo essere, ero succube di spinte esterne per restare nel mio paesello e di tante altre per lasciarlo. Sentivo che dovevo andare, senza una meta precisa. Così ho raccolto tutto il mio rifiuto per qualsiasi cosa (il paese, la famiglia, il lavoro dei miei, le persone che avevo incontrato fino a quel momento) e, appena possibile, son partita per non voltarmi indietro mai più. Abbiamo già raccontato delle tiritere post-liceo e di tutto lo sgomento di fronte a un mercato del lavoro immobile (<a href="https://danielamelis.it/attualita/voglio-il-conto-in-cina-giovani-e-lavoro-oggi/" target="_blank" rel="noopener">Voglio il conto in Cina</a>), ma ancora non abbiamo detto di come sia avvenuto l&#8217;impensabile: <strong>tornare al piccolo paese dove si è cresciuti.</strong> A differenza di come si potrebbe pensare, non lo si sente come un fallimento, né tanto meno come una vergogna o una noia, quanto forse come l&#8217;ennesima ribellione a un mondo che ti forma piano piano. Ci hanno insegnato a seguire strade stranianti e a dimenticare i luoghi da cui proveniamo, cultura compresa. Quando mi son resa conto di quanto mi era stato rubato, son voluta tornare indietro per andare avanti partendo dal punto apparentemente più basso.</p>
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		<p>Tanti son i motivi per cui si torna per restare: amore e riconoscenza verso la propria famiglia, senso del dovere, ma soprattutto perché si realizza che certe sfaccettature del mondo son delle prese per il culo. Ad esempio, è aberrante dover accettare a 30 anni un tirocinio di un anno a 400 euro mensili, per un totale di 32 ore settimanali, presso delle imprese in mano a miliardari spilorci e con la puzza sotto il naso. E che fai poi con 400 euro? Non ti ci paghi nemmeno la stanza in affitto a Pirri, figuriamoci il mangiare. In conclusione, <b><i>si torna per dignità</i></b>. E questo ha tante conseguenze.</p>
<p>Tornando poi ti rendi conto di quante possibilità ci sono nelle nostre periferie specialmente per chi è curioso, ha studiato, ha viaggiato e ha fatto esperienze di vita e di lavoro fuori. Non che la cosa sia semplice, visto lo stato di abbandono in cui versano molti paesi e la solitudine che spesso si respira, ma con l&#8217;unione delle menti e l&#8217;osare delle idee, si può avverare l&#8217;impossibile.</p>
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		<p>Negli ultimi mesi ho conosciuto due coppie che vivono in <b>piccoli centri</b> in varie parti d&#8217;Italia, non perché son tornati alle loro origini, ma perché, stranieri o (quasi) estranei al luogo, hanno scelto quei posti come meta della propria vita. E ogni giorno affrontano col sorriso l&#8217;eventuale noia, la scarsa movida della provincia, l&#8217;apatia della gente, il silenzio della campagna e si danno da fare per vivere meglio. Due, ma ce ne sono tante altre, sconosciute, silenziose, che operano in silenzio affinché questi posti non muoiano. Per questo vorrei lanciare a tutti un invito a tornare. A tornare ai propri monti o alle pianure solitarie, perché nei piccoli centri c&#8217;è bisogno soprattutto di persone. Persone che hanno idee, fantasia e mezzi per recuperare un passato che ci appartiene e far fiorire il presente nell&#8217;ottica di un futuro migliore.</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong><em>Istruitevi,</em> perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. <em>Agitatevi,</em> perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. <em>Organizzatevi,</em> perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.</strong></h3>
<h4>&#8211; Gramsci</h4>
</blockquote>
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<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/la-rivincita-dei-piccoli-centri/">La rivincita dei piccoli centri</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<title>Cibo e potere</title>
		<link>https://danielamelis.it/cibo-e-potere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2015 20:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Morbi vitae dui et nunc ornare vulputate non fringilla massa. </p>
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		<h3>Il mio frigo è pieno di cibo</h3>
<p>Piccoli incontri quotidiani spesso portano a riflettere su grandi fenomeni mondiali. Questa volta è stato il mio frigo a parlarmi: pieno, gonfio di regali come verdure dell&#8217;orto di nonna, babbo e amici vari; paste e pasticcini; marmellate; frutta fresca locale; uova iper-locali; carne di cinghiale appena cacciata; ottimi formaggi; ecc mi fa capire che sono immersa nell&#8217;<b>abbondanza</b>. E in effetti, mi capita spesso di avere non poche difficoltà a fare fuori tutte le mie scorte. Eppure il cibo, che per me è una cosa normale, non è niente di banale. L&#8217;<b>abbondanza</b><strong> di c</strong><b>ibo</b>, l&#8217;eccesso di cibo, l&#8217;ossessione da cibo è una cosa che riguarda solo una parte del mondo, compresa quella dove vivo io.</p>
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		<h3>Fame, guerra, carestie e la ricerca del cibo perduto</h3>
<p><strong>La fame</strong> ha mosso e muove milioni di persone. Soddisfarla, insieme alla sete, è basilare per la sopravvivenza umana. Eppure ci sono persone nel mondo (dalla parte opposta alla mia, per intenderci) per cui assecondare questi bisogni primari e fondamentali è una corsa a ostacoli spesso fatale. Certo, a noi, che ogni giorno ci facciamo problemi inesistenti mentre deglutiamo delizie e tracanniamo tumori (ossia Coca Cola), può sembrare una cosa strana, ma non è niente di scontato. In realtà molte guerre nel mondo son dovute all&#8217;accaparramento delle poche risorse d&#8217;acqua in alcune zone. Oppure, come succede tra Israele e Palestina, le riserve d&#8217;acqua potabile vengono spartite in modo completamente squilibrato. Ovviamente a favore del più forte. E poi ci sono le carestie e le altre guerre che mortificano il territorio, tagliano la produzione e fanno scarseggiare le derrate alimentari. Le persone sfuggono alla fame, non possono comportarsi altrimenti: lo fanno per spirito di sopravvivenza che, volente o nolente, ci guida e ci spinge ad andare avanti.</p>
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		<p style="text-align: center;">Vignetta di G. Cardelli</p>
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		<h3>Cibo cibo cibo!</h3>
<p>Io, invece, soffro di <strong><i>sovrabbondanza di cibo</i></strong>. Ogni giorno son costretta a cercare metodi alternativi per elaborarlo ed eliminarlo dal frigo, freezer o scaffali. Perché a casa mia, e questa è legge, non si butta niente. Io e la mia collega, come tanti altri, dedichiamo numerosi articoli al cibo: quello <a href="http://racconticontrovento.blogspot.it/2015/03/cultura-americana.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">americano</a>, quello <a href="http://racconticontrovento.blogspot.it/2014/04/fashion-food.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">fashion</a>, quello <a href="http://racconticontrovento.blogspot.it/2015/06/chioschetto-cibo-milano.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sporco (ma buono)</a> dei chioschetti. Ogni giorno tutti noi siamo tartassati da foto di dolcetti eleganti e sfiziosi, portate top in ristorante, cocktail e aperitivi in tutte le salse. L&#8217;ultima volta che son andata a Londra ho sentito il peso del cibo addosso con tutte quelle insegne che costringono a mangiare: &#8220;Eat&#8221;, &#8220;Pret-a-manger&#8221;, &#8220;YO! Sushi&#8221;, &#8220;Pure &#8211; Made for you&#8221;, &#8220;Pizza express&#8221;. Quasi una tortura.</p>
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<h3 style="text-align: left">Io, invece, soffro di <em>sovrabbondanza di cibo.</em> Ogni giorno son costretta a cercare metodi alternativi per elaborarlo ed eliminarlo dal frigo, freezer o scaffali.</h3>
</blockquote>
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		<h3>Il cibo nei concorsi di bellezza</h3>
<p>A sentir tutto questo mi viene la nausea, anche perché parliamo più spesso di cibo, di dove mangiare, di dove andare a bere la birretta con le patatine che alla <b>fame nel mondo</b>, che è un problema serio che ci tocca tutti. Tant&#8217;è che questo discorso è rimasto solo un eco lontano in qualche concorso di bellezza. La solita ipocrisia. Ma io non riesco a non pensare a tanta disparità. Perché in Europa o negli USA si è praticamente sovrastati dal cibo e altri paesi son completamente alla fame?</p>
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		<h3>La fame nel mondo e le porte dell&#8217;abbondanza</h3>
<p>E poi sentiamo pure dire che è anormale che continenti interi si addossino sulle nostre coste. No, è normale ed è l&#8217;unica conseguenza di tanto squilibrio. E sapete perché? Perché alcune parti del mondo son state ridotte alla <b>fame</b> dall&#8217;occidente stesso. Controllando l&#8217;acqua si è ottenuto il <b>potere</b>; controllando il <b>cibo</b>, o la scarsità di esso, si è ottenuto il <b>potere</b>. Messi in ginocchio, costretti a svendere se stessi e le proprie ricchezze, adesso si riprendono, in parte, ciò che loro appartiene. La <b>fame nel mondo</b> spinge &#8220;i poveri&#8221; a bussare alle porte dell&#8217;abbondanza.</p>
<p>Quindi se qualcuno si sta letteralmente cagando sotto a sentir parlare di nuovi arrivi dall&#8217;Africa, dalla Siria, ecc, beh, sappia che il meglio deve ancora venire e che ci sarà ancora tanto da pagare per aver creato, sostenuto, o non guardato in faccia cotanta ingiustizia.</p>
<p>Kiss kiss.</p>
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		<title>Come diventare blogger &#8211; e soprattutto perché diventarlo</title>
		<link>https://danielamelis.it/come-diventare-blogger-e-soprattutto-perche-diventarlo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2015 23:36:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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		<h3>In principio era il caos.</h3>
<p>A me scrivere è sempre piaciuto. Forse è stato un metodo per contrastare la solitudine, o semplicemente per parlare con qualcuno che non fosse un mondo che non mi capiva. E quindi scrivevo, scrivevo dappertutto. Foglietti, quadernini (persi e mai ritrovati &#8211; Dio li abbia in gloria), carta strappata da un libro di scuola, vecchi diari abbandonati a prender polvere nella mansarda di nonna: ecco dove finivano i miei pensieri, le considerazioni sul mondo e le paure dell&#8217;adolescenza. Di una cosa però son sempre stata certa: i pensieri son la cosa più cara che abbiamo. Poiché durano un secondo, vanno riportati in fretta e poi sviluppati con calma. Non possiamo abbandonarli a carta biodegradabile scritta con matita altamente cancellabile. No.</p>
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		<div id="fws_6826fc8938386"  data-column-margin="default" data-midnight="dark" data-top-percent="5%" data-bottom-percent="5%"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row parallax_section"  style="padding-top: calc(100vw * 0.05); padding-bottom: calc(100vw * 0.05); "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer using-image" ><div class="row-bg viewport-desktop using-image" data-parallax-speed="fast" style="background-image: url(https://i0.wp.com/danielamelis.it/wp-content/uploads/2015/03/9_Controvento-Racconti-di-Incontri_Come-diventare-blogger.jpg?fit=1000%2C502&#038;ssl=1); background-position: center center; background-repeat: no-repeat; "></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
	<div  class="vc_col-sm-12 wpb_column column_container vc_column_container col no-extra-padding"  data-padding-pos="all" data-has-bg-color="false" data-bg-color="" data-bg-opacity="1" data-animation="" data-delay="0" >
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		<div id="fws_6826fc8938588"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row"  style="padding-top: 20px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
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<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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		<h3>Già, in principio era il caos, poi arrivò la tecnologia.</h3>
<p>Grazie ad essa tutto è ordinato e al sicuro: i documenti salvati sull&#8217;hard disk, le note sull&#8217;iPad, l&#8217;iPhone e, soprattutto, la possibilità di crearsi un blog. Luogo ideale dove annotare (perché ovviamente esiste anche la app per il cellulare), sviluppare e diffondere celermente quei fulminei pensieri, offre la possibilità di legare ad essi foto e video, nel caso le sole parole fossero incomprensibili ai più. Notavo con curiosità il proliferarsi di questi fenomeni: «fichi», pensavo, ma io non ci capivo un cazzo. Tuttavia con la ricerca Google avevo, e ho, un&#8217;ottimo rapporto e così trovai presto i consigli di svariati <b>blogger</b>. Infatti il web brulica di esperti che scrivono trattati su come creare un blog, quale piattaforma preferire, perché crearlo e tutti i più impensabili <strong>consigli agli aspiranti blogger</strong> (per chi si vuole informare al riguardo, ecco un ottimo articolo della <a href="http://www.dirtywork.it/" target="_blank" rel="noopener">&#8220;Dirty Work&#8221;</a> web agency di Cagliari: &#8220;<a href="http://www.realizzazione-siti-internet-cagliari.blogspot.it/2015/03/cosa-sono-i-cms-wordpress-joomla-drupal.html?m=1" target="_blank" rel="noopener">Cosa sono i CMS</a>&#8220;).</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
		<div id="fws_6826fc89387ee"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row full-width-section"  style="padding-top: 10px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
	<div  class="vc_col-sm-12 wpb_column column_container vc_column_container col no-extra-padding"  data-padding-pos="all" data-has-bg-color="false" data-bg-color="" data-bg-opacity="1" data-animation="" data-delay="0" >
		<div class="vc_column-inner" >
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				<div class="nectar-highlighted-text" data-style="half_text" data-exp="default" data-using-custom-color="true" data-animation-delay="false" data-color="rgba(52,82,255,0.43)" data-color-gradient="" style=""><blockquote>
<h3 style="text-align: left"><strong> A me scrivere è sempre piaciuto. Forse è stato <em>un metodo per contrastare la solitudine,</em> o semplicemente per parlare con qualcuno che non fosse un mondo che non mi capiva.<br />
</strong></h3>
</blockquote>
</div>
			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
		<div id="fws_6826fc8938b31"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row"  style="padding-top: 20px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
	<div  class="vc_col-sm-12 wpb_column column_container vc_column_container col no-extra-padding"  data-padding-pos="all" data-has-bg-color="false" data-bg-color="" data-bg-opacity="1" data-animation="" data-delay="0" >
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<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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		<p>Forte di tanto sostegno (nella vita reale forse non ne ho mai avuto tanto) decisi di iniziare la mia avventura online. Per cui la formula si trasformò in questo:</p>
	</div>
</div>




<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
	<div class="wpb_wrapper">
		<h3>In principio era il caos e poi fu il blog.</h3>
<div>Un anno è passato e io festeggio i miei pensieri digitalizzati. Se sono diventata una blogger? Non lo so, però qualche consiglio ve lo posso dare. Prima di tutto niente deve capitare per caso, che è esattamente quello che feci io. Il pallino del blog mi tormentava da tempo, ma come momento ideale per partorirlo scelsi la mia quarantena da broncopolmonite. Così, stordita e abbastanza fatta di antibiotici, mi diedi alla creazione materiale del blog, senza uno schema preciso o un&#8217;idea sulla grafica. Non rispettavo le parole d&#8217;ordine:</div>
	</div>
</div>



<div class="nectar-fancy-ul" data-list-icon="icon-salient-thin-line" data-animation="false" data-animation-delay="0" data-color="accent-color" data-spacing="default" data-alignment="left"> 
<ul>
<li>programmare;</li>
<li>avere un tema definito;</li>
<li>targetizzare.</li>
</ul>
 </div>
<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
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		<p>In realtà di queste tre obbedivo solo alla seconda, ma tratteremo questo argomento nella prossima puntata.</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
		<div id="fws_6826fc8938efe"  data-column-margin="default" data-midnight="light" data-top-percent="2%" data-bottom-percent="2%"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row full-width-section"  style="padding-top: calc(100vw * 0.02); padding-bottom: calc(100vw * 0.02); "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="nectar-shape-divider-wrap " style=" height:40%;" data-using-percent-val="true" data-height="40%" data-front="" data-style="straight_section" data-position="bottom" ><svg class="nectar-shape-divider" aria-hidden="true" fill="#3452ff" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" viewBox="0 0 100 10" preserveAspectRatio="none"> <polygon points="104 10, 104 0, 0 0, 0 10"></polygon> </svg></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 light left">
	<div  class="vc_col-sm-12 wpb_column column_container vc_column_container col has-animation padding-2-percent"  data-padding-pos="all" data-has-bg-color="false" data-bg-color="" data-bg-opacity="1" data-animation="fade-in" data-delay="0" >
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				<div id="fws_6826fc893c545" data-midnight="" data-column-margin="none" class="wpb_row vc_row-fluid vc_row inner_row vc_row-o-equal-height vc_row-flex vc_row-o-content-bottom"  style=""><div class="row-bg-wrap"> <div class="row-bg" ></div> </div><div class="row_col_wrap_12_inner col span_12  left">
	<div  class="vc_col-sm-6 vc_col-xs-6 wpb_column column_container vc_column_container col child_column padding-1-percent"   data-padding-pos="all" data-has-bg-color="false" data-bg-color="" data-bg-opacity="1" data-animation="" data-delay="0" >
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	</div> 

	<div  class="vc_col-sm-4 vc_col-xs-4 wpb_column column_container vc_column_container col child_column padding-1-percent"   data-padding-pos="all" data-has-bg-color="false" data-bg-color="" data-bg-opacity="1" data-animation="" data-delay="0" >
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		<p>Per il resto, per essere una blogger, bisogna solo essere scemi abbastanza da voler scrivere cose serie in modo ironico; da voler spezzare ciò che ferisce dentro con frasi spiritose. Così la gente ride e pensa &#8220;che pazza Daniela!&#8221;, &#8220;Ilaria è pure più folle&#8221; e non vede quanta amarezza si cela dietro scritti come <a href="http://www.ilmondodaundoblog.it/2014/04/voglio-il-conto-in-cina.html" target="_blank" rel="noopener">&#8220;Voglio il conto in Cina&#8221;</a> o <a href="http://www.ilmondodaundoblog.it/2014/04/les-miserables-ossia-la-verita-sul.html" target="_blank" rel="noopener">&#8220;Les miserables&#8221;</a>, la massima espressione del fatto che, specialmente al Sud (come diceva saggiamente qualcuno), è molto difficile slegarsi dalle paure che ti impartiscono da bambino, insegnandoti a non sognare.</p>
<p>Ma a sognare bisogna imparare, perché per diventare blogger bisogna anche saper guardare a cosa e quanto il tuo blog può servire: guadagnare (mmh); mettere in mostra le tue capacità; raccontare le tue <a href="http://www.ilmondodaundoblog.it/2014/03/22-ore-bulgare.html" target="_blank" rel="noopener">avventure</a> sperando che qualcuno ci rida su; criticare <a href="http://www.ilmondodaundoblog.it/2014/04/in-una-strada-pullulante-di-rumene.html" target="_blank" rel="noopener">ciò che hai sempre odiato</a> rischiando una denuncia; raggiungere chi la pensa come te e sentirti finalmente &#8220;capita&#8221;, come accadde con <a href="http://www.ilmondodaundoblog.it/2014/04/de-ale-atque-de-no-pappa-pronta.html" target="_blank" rel="noopener">Alessandra</a>; o semplicemente esprimere il malessere interiore (possibilmente evitando di deprimere il prossimo).</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
		<div id="fws_6826fc893f950"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row full-width-section"  style="padding-top: 10px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
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				<div class="nectar-highlighted-text" data-style="half_text" data-exp="default" data-using-custom-color="true" data-animation-delay="false" data-color="rgba(52,82,255,0.43)" data-color-gradient="" style=""><blockquote>
<h3 style="text-align: left"><strong>In me è proprio quest&#8217;ultimo punto a premere. In fondo, qual è il motivo per cui son stati scritti tanti libri? <em>Perché le persone sentono il bisogno di scrivere?</em> A cosa serve mettere nero su bianco i propri pensieri?</strong></h3>
</blockquote>
</div>
			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
		<div id="fws_6826fc893fca4"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row"  style="padding-top: 20px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
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		<p style="font-weight: 400;">In me è proprio quest&#8217;ultimo punto a premere. In fondo, qual è il motivo per cui son stati scritti tanti libri? Perché le persone sentono il bisogno di scrivere? A cosa serve mettere nero su bianco i propri pensieri?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Scrivere è stato da sempre un modo per esorcizzare,</strong> per svuotare la mente riempendo le pagine e, contemporaneamente, il cuore di gioia. “Scrivi in modo forte e chiaro ciò che fa male”: ecco cosa diceva Hemingway. Ed è inequivocabile che questo servisse come catarsi allo scrittore e a riconoscersi in quel dolore, in quelle emozioni tristi al lettore.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ok, io purtroppo non sarò mai Hemingway e nemmeno una scrittrice. Tuttavia, la scrittura, al pari della lettura, mi è sempre servita come rifugio, come mezzo per custodire i miei pensieri che, tuttora, non vengono capiti altrove. Il mio modo di conservarli non è stato scrivere un libro: purtroppo non sarei in grado. Certo, mi sarebbe piaciuto girare per i mari con una macchina da scrivere; e anche, stile Arturo Bandini, andare a spasso con un taccuino nella tasca della giacca, sedermi in un bar a L.A. e fingermi assorta a cagare un pensiero. Io, però, appartengo all&#8217;era tecnologica e qui certe cose son considerate obsolete. Qui l&#8217;ispirazione sarebbe interrotta dal <a href="http://www.ilmondodaundoblog.it/2014/05/selfie-cartoline-dei-tempi-moderni.html">selfie</a> di turno da postare su Facebook con scritto: «Fottetevi tutti». Eppure manifesto il mio rispetto per la tradizione portando sempre con me una Moleskine (in borsa, però, ché a tenerla in tasca mi sentirei disonesta per l&#8217;inevitabile effetto seno grande), ma non basta come cassaforte.</p>
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		<p style="font-weight: 400;">La soluzione per i miei pensieri l&#8217;ho trovata, appunto, in uno spericolato blog. Spericolato perché se ne sbatte di fare concorrenza; perché non guarda alla massa, ma si è dimostrato essere un po’ di nicchia; perché è piccolo e cattivello, per distinguersi dagli altri. Un blog non ordinario: semplicemente la mia casa e quella di chiunque si riconoscerà in esso.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per cui, non mi resta che dire:</p>
<h4>Buon compleanno, Controvento!</h4>
<p style="font-weight: 400;">E voi, cari lettori di una blogger, vi siete mai riconosciuti nelle storie di Controvento (Racconti di Incontri)?</p>
<p style="font-weight: 400;">ps: le foto, scattate al <a href="https://www.facebook.com/peekabooloungerestaurant">Peek-A-Boo</a> di Cagliari, son della bravissima <a href="https://www.facebook.com/pages/Silvia-Todde-Photography/216985081696730?fref=ts">Silvia Todde</a> e anticipano una nuova sezione di Controvento che inaugureremo a breve. Provate a indovinare di che si tratta.</p>
<p style="font-weight: 400;">pps: questo post non si autodistruggerà nei prossimi 5 secondi, ma avrà un seguito con nuovi consigli e curiosità. Chi ci sarà?</p>
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<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/come-diventare-blogger-e-soprattutto-perche-diventarlo/">Come diventare blogger &#8211; e soprattutto perché diventarlo</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<title>Voglio un&#8217;infanzia spericolata</title>
		<link>https://danielamelis.it/voglio-uninfanzia-spericolata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2014 14:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[paesi]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[ritorni alle origini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/voglio-uninfanzia-spericolata/">Voglio un&#8217;infanzia spericolata</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<p style="font-weight: 400;"><span class="nectar-dropcap" >A </span> volte basta poco per ricordare come eravamo. Noi, trogloditi selvaggi cresciuti nei paesi, che vagavamo come zingari; che esistevano gli schiaffi se ci comportavamo male; che le feste in nostro onore erano così così. Era un&#8217;<strong>infanzia spericolata</strong>.</p>
<p>Ne è passato di tempo da quelle ginocchia sbucciate, da quella polvere addosso che ci abbronzava il viso, da quel sudore che accompagnava le ricerche di misteri inesistenti. Bene. Adesso per strada trovo poco di allora. I bambini sono sempre più deresponsabilizzati, controllati, segregati, tenuti mano per mano, iper allarmati per un taglietto millimetrico, piangenti, urlanti, drogati di nintendo e, perché no, coglioni.</p>
<p>Noi no, non conoscevamo il significato della parola tecnologia. Non volevamo l’i-pad per il primo compleanno. Non ostentavamo marche da passerella. Probabilmente eravamo il trofeo di mamma e papà, ma questa era una cosa che restava tra noi. Chi più, chi meno, accettavamo quello che ci veniva dato, stavamo con chi dovevamo stare, vestivamo in base alla nostra età e situazione economica reale. Eravamo felici così: bambini, tutti uguali, e inconsapevoli delle ingiustizie del mondo.</p>
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		<p>Forse, se non siamo completamente rincoglioniti, lo dobbiamo ai nostri genitori. Indaffarati col lavoro (per garantirci una benedetta vita migliore), ci hanno cresciuto con le giuste dosi di severità e fiducia.</p>
<p>Ah, le famiglie di un tempo! Erano meno sentimentaliste: nessuna superficialità né fronzoli per compleanni e occasioni varie. L’importante, come diceva nonno, era che i bambini avessero sempre la pancia piena. Poi a vivere lo imparavano da soli, ché mica ci vuole l’abbecedario per fare esperienza. Erano più unite nonostante le problematiche. Adesso i figli di divorziati sono la maggioranza. Si abituano in fretta ad essere sbattuti qua e là senza un momento da godersi a cazzi loro.</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong>Chi più, chi meno, <em>accettavamo quello che ci veniva dato,</em> stavamo con chi dovevamo stare, vestivamo in base alla nostra età e situazione economica reale. Eravamo felici così: bambini, tutti uguali, e inconsapevoli delle ingiustizie del mondo.</strong></h3>
</blockquote>
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		<h6 style="text-align: center; font-size: 10pt;">Vendesi arte dell&#8217;arrangiarsi</h6>
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		<p>Un’immagine di famiglia del passato, che oggi verrebbe definita screanzata, un po’ me l’ha ricordata un bimbo cinese. La foto in basso è la dimostrazione di un metodo diverso di crescere la prole. Forse un po’ randagio e inusuale, ma più vicino alle leggi della natura. Il bambino sta dove sta la sua progenitrice. Mamma è a lavoro e lui dorme accanto a lei. Sì, in uno scaffale. In vendita? Non credo. È un maschio, quindi una benedizione nel paradigma cinese.</p>
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		<p>Se mi fermo a pensare, non trovo in me né sorpresa, né stupore. Vedo solo un essere umano iniziato all’arte dell’arrangiarsi. Sorpresa e stupore dovrebbero colpirci piuttosto con genitori impegnati a diseducare i figli. Come? Facendo vivere loro una vita che non possono permettersi, abituandoli all’apparenza, coprendoli di gingilli inutili, nutrendoli con cibi equiparabili al veleno, privandoli delle attenzioni sane di cui avrebbero bisogno. Forse che, nella sua stranezza, la Cina deve farci da esempio?</p>
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		<title>Selfie: cartoline dei tempi moderni</title>
		<link>https://danielamelis.it/selfie-cartoline-dei-tempi-moderni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2014 14:59:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
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		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[selfie]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
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		<p style="font-weight: 400;"><span class="nectar-dropcap" >U</span>n nuovo fenomeno insidia la società odierna. Lo troviamo sui nostri schermi e sulle bocche di tutti. Piace perché  è immediato, nitido, con la cornice, i cuori o le sfumature a seconda delle esigenze. Viaggia alla velocità della luce raggiungendo chiunque anche in capo al mondo. È il <i><b>selfie</b></i>, che pian piano ha pericolosamente preso il posto della cartolina.</p>
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		<p>Un tempo si potevano acquistare cartoline ovunque, imbucarle ovunque, trovarle appese nelle case ovunque. Era un bel business per fotografi, commercianti e poste. Ma anche per le star: pensiamo a quelle di Di Caprio e del Santo Papa. Quante foto che giravano per il globo tra mille mani. Era uso comune spedirle soprattutto quando si andava in vacanza. Coinvolgenti le immagini selezionate ad hoc; carina l’idea di poterci scrivere dietro, ma mancavano di qualcosa. Erano anonime. Il rischio per il turista era che anche la  meta più ambita avrebbe perso di significato se, insieme al paesaggio, non fosse stato raffigurato il mittente.</p>
<p>Questa è la grande innovazione del selfie: l’estrema personalizzazione. Oltre al fatto che non si sgualcisce e non si perde in viaggio. E poi è moderno, perché sfrutta i social network.</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong>Non che cartoline non se ne spediscano più. <em>Qualche nostalgico che le compra per la nonna</em> non tecnologica c’è. </strong></h3>
</blockquote>
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		<h6 style="text-align: center; font-size: 10pt;">Selfie con divisa Ryanair.</h6>
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		<p>Non che cartoline non se ne spediscano più. Qualche nostalgico che le compra per la nonna non tecnologica c’è. Però se questo era un pensiero diretto a familiari e amici, il selfie è uno strumento a senso unico. Ha lo scopo principale di mettere in mostra, piuttosto che quello di fare un saluto. Prendiamo come esempio l’autoscatto in aereo: si intravede l’ala e una didascalia recita “son in volo per la Papuasia”. Ok. Fosse stato possibile lanciare questi messaggi ai tempi dei cellulari a-funzionali, la Ryanair ci avrebbe fatto i quattrini:</p>
<p>a) fai sapere che sei vivo: la compagnia manda immagine di te sull’ala che conferma che respiri ancora (5€);<br />
b) lascia gli indirizzi all’hostess più vicina: una cartolina fotografica (15€) per rivelare al prossimo che faccia di merda si ha nella troposfera;<br />
c) istantanea col terrorista islamico al modico prezzo di 20€ (prevista diffusione anche su Italia1).</p>
<p>Utile per informare i genitori che l’aereo non era precipitato, ma per tutti gli altri qual è il senso?</p>
	</div>
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		<p>Veniamo ai selfie dei misteriosoni che immortalano le gite fuori porta. Qui si gioca a: indovina con chi sono? Funziona così: ti appare sulla home di facebook lo stesso scatto, nella stessa location, con persona diversa, da due profili diversi, a distanza di una mezz’ora. Cosa vuol dire? Vuol dire che i nostri amici stanno inoltrando una <i>selfiolina</i> dove dicono tacitamente:</p>
<p>a) &#8211; Guarda dove sono -;</p>
<p>b) &#8211; Guarda con chi sono -.</p>
<p>Troppo facile, ma commercializzabile : fai il collage con il cuore e chiedi 5€ per il montaggio, a mo’ della Ryanair.</p>
	</div>
</div>




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		<h6 style="text-align: center; font-size: 10pt;">Esempio di collage</h6>
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		<p>La differenza tra selfie e cartoline è netta. Non riguarda il diverso mezzo di diffusione o la materia di cui son fatte. No. Il problema è che le seconde te le chiedevano, le prime no. Si è completamente perso il senso della riservatezza. Viversi le emozioni di un luogo sconosciuto è diventato impossibile senza l’intervento di qualche mi piace. Godere del proprio partner o amici ha scarso valore se non si fa sapere a tutto il mondo che “non siamo soli”.</p>
<p>I selfie non si identificano con vecchie foto ricordo, ma col modo più semplice per esteriorizzare una fantomatica bella vita. Si nutrono della speranza che gli altri notino, si soffermino, possibilmente rosichino. Ma si è veramente felici se si ha bisogno dell’approvazione/ammirazione altrui? Forse questo eccessivo esternare è un sintomo che non ce la stiamo godendo tutta fino in fondo. Forse, di questi tempi in cui siamo tutti in onda, si confonde l’intima gioia dell’esistenza con la banalità dell’apparire.</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/selfie-cartoline-dei-tempi-moderni/">Selfie: cartoline dei tempi moderni</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<title>S&#8217;iscontra: l&#8217;incontro tante menti fa</title>
		<link>https://danielamelis.it/siscontra-lincontro-tante-menti-fa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 15:10:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[apparenza]]></category>
		<category><![CDATA[Arma]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<p style="font-weight: 400;"><em><strong>Se mi permetto di scrivere di incontri è perché uno di questi ha segnato la mia infanzia: il bacio della statua di Maria con quella di Gesù nel giorno di Pasqua. Coreografico. Retrò e, per questo, estremamente significativo: è indizio che le tradizioni, quelle che segnano l’identità, vivono ancora.</strong></em></p>
	</div>
</div>




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		<h6 style="font-size: 10pt; text-align: center;">Foto: Monia Floris</h6>
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		<p>Il 2014 vuole che incappi in <i>S’iscontra </i>(così si chiama da noi) dopo diversi anni. Non era tra i buoni propositi dicembrini, ma mi vien comunque dato un ruolo da protagonista: vestire l’abito tradizionale per sostituire una <i>prioressa</i>, fare la processione e poi messa. Ho provato, giuro, ad evitarla, ma accordi poco chiari con amiche molto fuori mi hanno portato dritto dritto in parrocchia. Vabbè.</p>
	</div>
</div>




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		<p>Assistetti alla celebrazione della Pasqua per l’ultima volta 14 anni fa. Dovevo fare la cresima e mi toccava. Ovviamente avevo realizzato tempo prima la Non esistenza di Dio e l’ipocrisia che si cela dietro oro e incensi della Chiesa (due concetti diversi, ma che mi piace confondere per non illudermi mai). Dapprima entravo nella casa del Signore e semplicemente non ascoltavo. Domenica scorsa, invece, ho voluto osservare attentamente per rinfrescarmi la memoria. Le cose che odio? Sempre le stesse: i rituali, le frasi a memoria, le preghiere, la severità nei volti, il fiume di parole che passa per le orecchie ma mai per il cervello.</p>
<p>Tuttavia, non è per questo che ho sgranato gli occhi, alzato un sopracciglio e corrugato le labbra come a urlare bleah. Un altro particolare ha rinnovato la mia volontà di non andare a messa. Qualcosa per cui ho storto il naso verso la nazione a cui appartengo, il mondo in cui abito, l’era ermafrodita che vivo:<i></i></p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
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<h3 style="text-align: left"><strong>Lì dentro, nello  spazio di pochi metri, era rappresentata l’Italietta:<br />
<em>Il Vaticano</em> (il parroco)<br />
<em>Lo Stato</em> (il sindaco)<br />
<em>l’Arma</em> (i carabinieri) </strong></h3>
</blockquote>
</div>
			</div> 
		</div>
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		<p>Il resto del teatrino: formalità da tagliare a fette e chiari segni di mescolamento tra potere temporale e spirituale. Un salto indietro nel medioevo o altra epoca storica più recente. E soprattutto l’eterno ritorno dell’uguale: riti, riti e riti.</p>
<p>Per questo l’Italia non andrà mai avanti: ci sono gli italiani. E gli italiani vanno in chiesa per difendere il santo cattolicesimo del loro Paese e di Francesco, il guru. E andando in chiesa imparano l’arte dell’apparenza. Così l’importante è vestire firmato ed esternare che si crede fino in fondo all’Atto di dolore.</p>
<p>L’emblema del popoletto son i due carabinieri di fronte alla folla durante l’ora e mezzo di celebrazione pasquale: zitti, fermi e inespressivi. Perché è questo che conta per il Vaticano, lo Stato e l’Arma: che si stia immobili, soprattutto di pensiero, cosicché le cose non possano cambiare mai.</p>
<div><i>Amen.</i></div>
<p>A tutti voi, italiani. Buoni, ma anche cattivi.</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
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		<title>Les misérables, ossia la verità sul conto in Cina.</title>
		<link>https://danielamelis.it/les-miserables-ossia-la-verita-sul-conto-in-cina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2014 15:35:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[fuga]]></category>
		<category><![CDATA[i miserabili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/les-miserables-ossia-la-verita-sul-conto-in-cina/">Les misérables, ossia la verità sul conto in Cina.</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<p><span class="nectar-dropcap" >N</span>on posso sottrarmi alle dinamiche della fuga. Anche per questo ho dichiarato che aprirò un conto in Cina. Lo spiazzo asiatico soddisfa appieno le mie esigenze di mettere distanze. Potrei attorcigliare <em>noodles</em> con gli amici dagli occhi a mandorla. Potremmo disquisire sul concetto di democrazia e quello di profitto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppure non ci andrò:</p>
<ol>
<li style="font-weight: 400;">non ho i soldi per il biglietto;</li>
<li style="font-weight: 400;">son troppo realista per sognare. Ops.</li>
</ol>
<p style="font-weight: 400;">Non mi hanno mai detto di puntare in alto. La spiegazione era la seguente: siamo dei poveracci. Ho assistito alla materializzazione di parole e azioni che incentivano lo status quo. Non volevo certo esserne complice. Decisi di estraniarmi da questo teatrino cupo e rassegnato.</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
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		<p style="font-weight: 400;"><strong>Preciso:</strong> ci ho provato. Son lodevoli le dimostrazioni alla Xena dei tempi moderni, i tentativi di diventare qualcuno. Commovente aver tenuto saldi i miei principi e non essere scesa a compromessi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Adesso che mi trovo al punto di partenza realizzo che è stato tutto inutile. La verità si palesa davanti ai miei occhi increduli: <strong>io sono nata miserabile e miserabile morirò</strong>. Avevano provato a insegnarmelo, ma io m’ero intestardita. Quindi basta dare le colpe al fato, al malocchio, alle congiunture storiche, a Berlusconi, a mamme, nonne, zii, sorelle, cugine, pronipoti, fidanzati e promesse del passato. Basta anche dare le colpe a me: son solo la persona giusta nel posto sbagliato. Accetto la punizione.</p>
<p>La Cina non la vedrò e alla miseria non c’è mai fine. Preghiamo.</p>
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		<title>Voglio il conto in Cina: giovani e lavoro oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 15:47:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/voglio-il-conto-in-cina-giovani-e-lavoro-oggi/">Voglio il conto in Cina: giovani e lavoro oggi</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<p><span class="nectar-dropcap" >A </span><b>lavorare</b> ho iniziato a 11 anni. Non in una fabbrica cinese, sia chiaro. Lo preciso perché possiate tirare un sospiro di sollievo, e per non innescare il putiferio di pensieri associativi: sfruttamento minorile, morti bianche, manodopera a basso costo.</p>
<p>A <b>lavorare</b> ho iniziato a 11 anni. E oggi starei meglio in una fabbrica cinese. Almeno i patti sono quelli: sgobbare 25 ore al giorno per una ciotola di riso. Ti assegnano un cubicolo condiviso. Ti dotano degli strumenti del mestiere: ago, filo e colle altamente cancerogene. Con queste ultime puoi anche sballarti, come fanno i teen-ager di mezzo mondo. Che fortuna: vitto, alloggio e droga a costo zero.</p>
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		<p>Va così in <b>Cina</b>. Non si fa retorica sui <b>diritti umani</b>. Non esiste ipocrisia. Lì non si rischiano incomprensioni tra sguatteri e datori di lavoro.</p>
<p>Per capirci, suggerisco un tour nell’inferno Italia. Nel <i>limbo</i> (scuola elementare) somministrano l’inganno: “Repubblica fondata sul lavoro”. Personalmente, ci credetti. Ahimè. Così fantasticai, e trotterellai: liceo, università, lingue straniere, erasmus, tirocini all’estero. Finita la corsa, fui costretta a lasciare ogni speranza: mi aspettava il <i>girone</i> “mondo del <b>lavoro</b>”. Quaggiù fraudolenza e cupidigia fanno da padrone.</p>
<p>Alla base fioriscono i famosi stage non retribuiti. È dura: si produce tanto, si impara a metà e si muore di fame. Poi gli annunci: “si richiede totale dedizione all’azienda, impegno massimo e serietà”, un pacchetto che vale 100€ di rimborso spese (wow). Piccoli favori si trasformano in impieghi full time: non si vede mai una lira. Ciliegina sulla torta, una pena che prevede l’invio di venti curriculum al giorno. Mediamente le risposte son le seguenti: nessun messaggio in arrivo; nessun messaggio in arrivo; nessun messaggio in arrivo; grazie, ma non hai esperienza; grazie, ma hai più di 25 anni; grazie, ma non hai asservito a nessuna multinazionale; hai presente dove cazzo vivi?; votando quella gente dove vuoi arrivare?; ti garantisco il posto, tu me la dai?; scusa, ma non sei abbastanza stupida.</p>
<p>Impera la frustrazione.</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong>Alla base fioriscono <em>i famosi stage non retribuiti.</em> È dura: si produce tanto, si impara a metà e si muore di fame. Poi gli annunci: <em>“si richiede totale dedizione all’azienda,</em> impegno massimo e serietà”</strong></h3>
</blockquote>
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		<p>A differenza della Cina, in Italia si decantano i <b>diritti umani</b> e si dimentica la dignità. Qui un <b>giovane </b>non può ambire nemmeno a una semplice convivenza. Viaggiare e andare al cinema una tantum è proibitivo. Non è consentito fare l’amore senza pensieri, mettere al mondo un figlio, morire lasciando i soldi per pagare il funerale.</p>
<p>Ma io qui non ci crepo mica. Andrò in Cina, dove i cadaveri spariscono e le figlie femmine si ammazzano alla nascita. Almeno non subiranno il triste rito del femminicidio per mano del marito. Amen.</p>
<p>Sì, apro il conto in Cina. Voi fate come vi pare.</p>
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