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	<title>Attualità Archivi - Daniela Melis</title>
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	<description>Nel cuore della Sardegna fra cronaca e leggenda</description>
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	<title>Attualità Archivi - Daniela Melis</title>
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		<title>Agosto a Milano: mito e realtà di un ferragosto italiano in città</title>
		<link>https://danielamelis.it/agosto-a-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Aug 2023 20:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/agosto-a-milano/">Agosto a Milano: mito e realtà di un ferragosto italiano in città</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<p>I dati parlano di turismo in calo. E non si fa altro che confrontare i prezzi di Puglia e Porto Cervo con quelli dell’Albania. Come se le due cose fossero sullo stesso piano. Agosto a Milano, invece, nonostante il clima torrido (indubbiamente il mese più caldo di quest’estate in città), è turismo che non si ferma. Chi non è abituato a passare agosto a Milano –vuoi per cultura, per ferie aziendali forzate, per l’esigenza di festeggiare il ferragosto come se fosse davvero una festa- parla di una Milano deserta, morta, stanca nel mese più estivo di tutti. E da queste affermazioni emerge solo una cosa: che a Milano ad agosto non ci sono mai stati e per questo non sanno cosa si perdono. Eventi, ristoranti e piscine non troppo affollati, mostre, cinema all’aperto: agosto a Milano offre di tutto. E, per questo, il ferragosto alternativo è in città, non in spiaggia.</p>
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		<h3 class="p1">Chiuso per ferie</h3>
<p>Ad agosto il centro di Milano, per intenderci nelle adiacenze del Duomo, resta uguale a sempre, escluse le temperature tropicali. Il via vai è lo stesso che si può trovare in una qualsiasi domenica di primavera. I turisti stranieri affollano la piazza per un selfie, popolano ristoranti e negozi di abbigliamento, vivono tutta quell’Italia milanese che si respira a Milano. E anche i camerieri, che si trovano a stento (ovunque campeggiano i cartelli di ricerca di personale di sala), per la maggior parte sono stranieri. Più ci si allontana dal perimetro del centro, invece, più iniziano ad apparire le scritte “Chiuso per ferie”. Chi pochi giorni, chi una settimana e chi due, chi, addirittura, tutto il mese. Ed è nelle zone che si allontanano dal Duomo che inizia a sentirsi la Milano vuota. Che non significa triste o noiosa. Ma solo silenziosa, così come non la si sente mai.</p>
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		<h3 class="p1">Chi va e chi resta ad agosto a Milano</h3>
<p>Si dice, dell’agosto a Milano, che in città restino solo i malandati. Chi non può permettersi una vacanza. Ma a giudicare dai dati sui giornali, quest’anno son tanti quelli che non ci son potuti andare: almeno un italiano su due, senza contare il resto. Poi c’è chi non ha ferie, chi in vacanza non va. Ultimo ma non meno importante, c’è chi –esempio: io- odia agosto, lo considera il peggior mese per spostarsi e prova l’ebrezza di stare in città. Insomma, una grossa fetta di popolazione, più o meno malandata, si unisce ai turisti che popolano l’agosto a Milano. Un tempo sospeso in cui si scopre il silenzio delle serrande abbassate. Quelle che dicono che anche chi probabilmente è arrivato qui con niente -kebabbari, pizzaioli albanesi, commercianti di Corvetto (periferia composita di Milano)- vanno in ferie. E forse tornano a casa, a vivere un po’ di vita che resta oltre il lavoro.</p>
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		<h3 class="p1"><span class="s1">Cosa fare ad agosto a Milano</span></h3>
<p>Oltre a vivere questo assurdo silenzio che si insinua nelle zone in là dal centro, agosto a Milano offre tantissimo. Il risultato di buona parte dei milanesi fuori e turisti dentro è che i mezzi passano comunque e son poco affollati, nei rari ristoranti aperti si respira aria internazionale, le mostre son aperte e frequentate quanto basta per non scontrarsi a ogni quadro. Inoltre, è forse il momento migliore per fare incetta di abiti nei negozi della città della moda. E se i concerti a Milano si son conclusi a luglio (un po’ per lavori all’Ippodromo, un po’ perché gli stadi vanno ri-destinati al loro ruolo), resta ancora tanto da fare ad agosto in città. Quasi ogni sera Castello Sforzesco, per la rassegna “Estate in Castello”, apre a teatro, musica, danza. Con AriAnteo, al Chiostro dell’Incoronata, a City Life, alla Fabbrica del Vapore, dopo le 21 c’è il cinema all’aperto.</p>
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<h3 style="text-align: left">Chi non è abituato a passare agosto a Milano –vuoi per cultura, per ferie aziendali forzate, per <em>l’esigenza di festeggiare il ferragosto come se fosse davvero una festa</em>&#8211; parla di una Milano deserta, morta, stanca nel mese più estivo di tutti.<span class="Apple-converted-space"> </span></h3>
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		<h3 class="p1"><span class="s1">Agosto a Milano per vivere la cultura in pace</span></h3>
<p>La cultura a Milano non si ferma qui. I musei sono aperti, compresi i Civici (molti son gratuiti). Tra le mostre, da godersi in pace ad agosto, c’è la fotografica <a href="https://salgadoamazonia.it">“Amazônia”</a> di Sebastião Salgado (Fabbrica del Vapore, fino al 19 novembre). Un allestimento da favola per una testimonianza da un’area della terra dove davvero si può parlare di tradizioni senza impallidire. A pochi passi da qui, poi, c’è Chinatown, sempre attiva e vibrante (i cinesi è probabile non vadano in ferie), con ristorantini buonissimi a basso costo. Ma se è vero che <a href="https://danielamelis.it/il-potere-solidale-del-cibo/">la cultura passa anche dal cibo</a>, ad agosto a Milano non si può perdere la cucina lombarda, come quella del Norman, aperto in questo strano mese. E nei sapori invernali della città, tipo l’ossobuco col risotto allo zafferano, ci si sente un po’ a Milano, un po’ a casa. Sempre e comunque al centro di un mondo bellissimo.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/agosto-a-milano/">Agosto a Milano: mito e realtà di un ferragosto italiano in città</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<title>Scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla: intervista a Simone Pancotti</title>
		<link>https://danielamelis.it/scrivere-per-esorcizzare-la-sclerosi-multipla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 15:04:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/scrivere-per-esorcizzare-la-sclerosi-multipla/">Scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla: intervista a Simone Pancotti</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<h2>La storia di Simone Pancotti: &lt;Scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla. Così affronto la mia malattia&gt;.</h2>
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		<p>Simone Pancotti ha 37 anni, la carnagione chiara e la fortuna di vivere sul mare, a Marzocca di Senigallia, nelle Marche. Ogni giorno combatte un male silenzioso, la <a href="https://danielamelis.it/notizie/vasco-fan-immobilizzata-da-sclerosi-multipla-la-voglio-al-mio-concerto/">sclerosi multipla</a>, ma lo fa a modo suo, con un metodo infallibile: <strong>scrivere</strong>. Un ideale alto e personale, esemplare e salvifico, per lui e per chi soffre come lui. Una piccola passione e un grande sogno che lo sta per portare alla pubblicazione del suo <a href="https://bookabook.it/libri/il-tocco-immortale/">secondo libro</a>. Il suo romanzo d&#8217;esordio, invece, <a href="https://bookabook.it/libri/vite-di-carta/">&#8220;Vite di carta&#8221;</a> (Bookabook, 136 pagine) è del marzo 2019. Con questa intervista a Simone Pancotti, ne percorriamo le pagine e cerchiamo di capire cosa significa <strong>scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla</strong>. E per vivere come se non si avesse sempre il fiato sul collo, per perdere la paura che tutto peggiori da un momento all&#8217;altro.</p>
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		<h3>Quando ti è stata diagnosticata la malattia?</h3>
<p>Ho ricevuto la diagnosi di sclerosi multipla nel 2004. All&#8217;inizio è stata come una liberazione. Nei 5 anni precedenti avevo avuto solo gravi problemi alla vista, ma le risonanze magnetiche non avevano mai evidenziato la presenza di una qualche malattia. Quindi il primo periodo l&#8217;ho vissuto bene, anche perché avevo iniziato una cura che speravo potesse rallentarne la progressione. Purtroppo nel tempo ho avuto molte ricadute e ho dovuto cambiare diverse terapie, ma adesso ho finalmente trovato un mio equilibrio personale.</p>
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		<h3>Oltre al dolore, oltre allo scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla, cosa ti ha insegnato la malattia?</h3>
<p>La sclerosi multipla mi ha insegnato tanto. Mi ha fatto capire soprattutto quali sono le cose veramente importanti per cui valga la pena lottare e quali persone mi volevano bene davvero. Ho sofferto, ho pianto, è vero. Ma credo che il dolore poi non sia stato fine a se stesso. Ha comunque contribuito a farmi vedere la realtà in modo diverso e a farmi diventare la persona che sono oggi. Sicuramente più coraggiosa e consapevole di quello che posso fare e dare agli altri.</p>
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		<h3 class="p1">Quando hai iniziato a scrivere e perché? Scrivere è anche un modo per esorcizzare la sclerosi multipla?</h3>
<p>Ho iniziato a scrivere principalmente per me stesso, circa due anni fa, perché sentivo il bisogno di comunicare e sfogare emozioni che erano rimaste chiuse dentro di me per troppo tempo. Volevo trasmettere il senso di perdizione e di vuoto esistenziale che ho provato negli anni più bui e difficili, ma anche la voglia di rinascere e di tornare il ragazzo allegro e pieno di passioni che ero. Poi ho capito che avrei potuto fare qualcosa di più. Cioè affidare alle mie parole un messaggio universale di positività e di speranza che fosse in grado di abbracciare la vita di tante persone.</p>
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		<h3 class="p1">In che modo scrivere ti aiuta ad affrontare la malattia?</h3>
<p>Quando scrivo entro nel mio mondo, dove so che niente può farmi del male e dove sono io che decido come vanno le cose, quali sono le regole da rispettare. Mi sento veramente me stesso, libero dalle catene in cui spesso la malattia mi imprigiona. Quindi il mio è uno scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla. Attraverso la scrittura, mi sono depurato, alleggerito di pesi enormi che mi avevano trascinato a fondo. E ho cominciato di nuovo a vivere, a godermi le piccole cose, quelle che a volte diamo per scontate. Scrivere mi aiuta a scacciare i brutti pensieri ed è decisamente la cura migliore che potessi trovare per il mio animo a volte così tormentato.</p>
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<h3 style="text-align: left">Simone Pancotti, scrivere per esorcizzare la sclerosi multipla: <em>&lt;Quando scrivo entro nel mio mondo, dove so che niente può farmi del male e dove sono io che decido come vanno le cose, quali sono le regole da rispettare&gt;.</em></h3>
</blockquote>
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		<h3 class="p1">Nel libro quasi tutti i personaggi sembrano avere delle “vite di carta”, tanto fragili da potersi spezzare. Solo alla fine, invece, sembra che il loro senso sia di grande speranza. Cosa intendi, quindi, con vite di carta?</h3>
<p>Il titolo nasce dall’idea che la vita sia proprio come la carta, forte e fragile allo stesso tempo. Puoi riempirle entrambe di parole, di colori e di sogni, e cancellare tutto in un attimo. Puoi vederle scivolare dalle tue mani con un soffio di vento, ma puoi raccoglierle, salvarle e dare loro una seconda occasione. In questo risiede il senso principale del libro, che in realtà è presente in tutta la narrazione, fin dal primo capitolo. I sogni che prendono forma e che diventano realtà, al di là della sofferenza e delle prove che la vita stessa ci mette di fronte. Una seconda possibilità che tutti meritano, la speranza in un futuro migliore.</p>
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		<h3 class="p1">I vari personaggi hanno a che fare con una malattia. Perché hai voluto che la malattia fosse onnipresente nel libro?</h3>
<p>Anche se non è un libro autobiografico, ho deciso di portarci dentro il dolore che ho vissuto e che è stato provocato in gran parte dalla sclerosi multipla e da tutto quello che ne è poi scaturito. Volevo parlare di qualcosa che conoscevo bene e delineare anche delle sfumature fisiche e psicologiche che subiscono le vite dei vari personaggi, basandomi sulla mia esperienza personale. Ma il dolore è un sentimento universale che può nascere dalle malattie, come dalla perdita di una persona cara o dalla fine di un amore, e che può manifestarsi sotto mille forme diverse.</p>
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		<h3 class="p1">Ritieni che ci sia abbastanza attenzione sulla SM? Il libro, in qualche modo, vuole fare anche questo?</h3>
<p>La sclerosi multipla purtroppo è oggi una malattia in costante aumento. Ci sono circa 3500 nuovi casi all&#8217;anno. Anche per questo l&#8217;informazione sta crescendo, così come la possibilità di scelta tra cure sempre più efficaci, con il conseguente miglioramento delle condizioni di vita di tutti i pazienti. Quando mi sono ammalato io 15 anni fa era una malattia poco conosciuta, oggi per fortuna non è più così. Anche grazie ad <a href="https://www.aism.it">AISM</a>, l&#8217;Associazione Italiana Sclerosi Multipla, che fa un lavoro continuo di informazione e aggiornamento che mi ha accompagnato e sostenuto in alcune delle presentazioni di “Vite di carta” che ho fatto in giro per l&#8217;Italia. Attraverso questo libro ho cercato di far capire che anche con una malattia grave si può avere una vita normale e realizzare sogni che potevano sembrare impossibili.</p>
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		<title>Cibo e potere</title>
		<link>https://danielamelis.it/cibo-e-potere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Sep 2015 20:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Morbi vitae dui et nunc ornare vulputate non fringilla massa. </p>
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		<h3>Il mio frigo è pieno di cibo</h3>
<p>Piccoli incontri quotidiani spesso portano a riflettere su grandi fenomeni mondiali. Questa volta è stato il mio frigo a parlarmi: pieno, gonfio di regali come verdure dell&#8217;orto di nonna, babbo e amici vari; paste e pasticcini; marmellate; frutta fresca locale; uova iper-locali; carne di cinghiale appena cacciata; ottimi formaggi; ecc mi fa capire che sono immersa nell&#8217;<b>abbondanza</b>. E in effetti, mi capita spesso di avere non poche difficoltà a fare fuori tutte le mie scorte. Eppure il cibo, che per me è una cosa normale, non è niente di banale. L&#8217;<b>abbondanza</b><strong> di c</strong><b>ibo</b>, l&#8217;eccesso di cibo, l&#8217;ossessione da cibo è una cosa che riguarda solo una parte del mondo, compresa quella dove vivo io.</p>
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		<h3>Fame, guerra, carestie e la ricerca del cibo perduto</h3>
<p><strong>La fame</strong> ha mosso e muove milioni di persone. Soddisfarla, insieme alla sete, è basilare per la sopravvivenza umana. Eppure ci sono persone nel mondo (dalla parte opposta alla mia, per intenderci) per cui assecondare questi bisogni primari e fondamentali è una corsa a ostacoli spesso fatale. Certo, a noi, che ogni giorno ci facciamo problemi inesistenti mentre deglutiamo delizie e tracanniamo tumori (ossia Coca Cola), può sembrare una cosa strana, ma non è niente di scontato. In realtà molte guerre nel mondo son dovute all&#8217;accaparramento delle poche risorse d&#8217;acqua in alcune zone. Oppure, come succede tra Israele e Palestina, le riserve d&#8217;acqua potabile vengono spartite in modo completamente squilibrato. Ovviamente a favore del più forte. E poi ci sono le carestie e le altre guerre che mortificano il territorio, tagliano la produzione e fanno scarseggiare le derrate alimentari. Le persone sfuggono alla fame, non possono comportarsi altrimenti: lo fanno per spirito di sopravvivenza che, volente o nolente, ci guida e ci spinge ad andare avanti.</p>
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		<p style="text-align: center;">Vignetta di G. Cardelli</p>
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		<h3>Cibo cibo cibo!</h3>
<p>Io, invece, soffro di <strong><i>sovrabbondanza di cibo</i></strong>. Ogni giorno son costretta a cercare metodi alternativi per elaborarlo ed eliminarlo dal frigo, freezer o scaffali. Perché a casa mia, e questa è legge, non si butta niente. Io e la mia collega, come tanti altri, dedichiamo numerosi articoli al cibo: quello <a href="http://racconticontrovento.blogspot.it/2015/03/cultura-americana.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">americano</a>, quello <a href="http://racconticontrovento.blogspot.it/2014/04/fashion-food.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">fashion</a>, quello <a href="http://racconticontrovento.blogspot.it/2015/06/chioschetto-cibo-milano.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sporco (ma buono)</a> dei chioschetti. Ogni giorno tutti noi siamo tartassati da foto di dolcetti eleganti e sfiziosi, portate top in ristorante, cocktail e aperitivi in tutte le salse. L&#8217;ultima volta che son andata a Londra ho sentito il peso del cibo addosso con tutte quelle insegne che costringono a mangiare: &#8220;Eat&#8221;, &#8220;Pret-a-manger&#8221;, &#8220;YO! Sushi&#8221;, &#8220;Pure &#8211; Made for you&#8221;, &#8220;Pizza express&#8221;. Quasi una tortura.</p>
	</div>
</div>




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<h3 style="text-align: left">Io, invece, soffro di <em>sovrabbondanza di cibo.</em> Ogni giorno son costretta a cercare metodi alternativi per elaborarlo ed eliminarlo dal frigo, freezer o scaffali.</h3>
</blockquote>
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		<h3>Il cibo nei concorsi di bellezza</h3>
<p>A sentir tutto questo mi viene la nausea, anche perché parliamo più spesso di cibo, di dove mangiare, di dove andare a bere la birretta con le patatine che alla <b>fame nel mondo</b>, che è un problema serio che ci tocca tutti. Tant&#8217;è che questo discorso è rimasto solo un eco lontano in qualche concorso di bellezza. La solita ipocrisia. Ma io non riesco a non pensare a tanta disparità. Perché in Europa o negli USA si è praticamente sovrastati dal cibo e altri paesi son completamente alla fame?</p>
	</div>
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		<h3>La fame nel mondo e le porte dell&#8217;abbondanza</h3>
<p>E poi sentiamo pure dire che è anormale che continenti interi si addossino sulle nostre coste. No, è normale ed è l&#8217;unica conseguenza di tanto squilibrio. E sapete perché? Perché alcune parti del mondo son state ridotte alla <b>fame</b> dall&#8217;occidente stesso. Controllando l&#8217;acqua si è ottenuto il <b>potere</b>; controllando il <b>cibo</b>, o la scarsità di esso, si è ottenuto il <b>potere</b>. Messi in ginocchio, costretti a svendere se stessi e le proprie ricchezze, adesso si riprendono, in parte, ciò che loro appartiene. La <b>fame nel mondo</b> spinge &#8220;i poveri&#8221; a bussare alle porte dell&#8217;abbondanza.</p>
<p>Quindi se qualcuno si sta letteralmente cagando sotto a sentir parlare di nuovi arrivi dall&#8217;Africa, dalla Siria, ecc, beh, sappia che il meglio deve ancora venire e che ci sarà ancora tanto da pagare per aver creato, sostenuto, o non guardato in faccia cotanta ingiustizia.</p>
<p>Kiss kiss.</p>
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			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
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		<title>Io non sono razzista, ma..</title>
		<link>https://danielamelis.it/io-non-sono-razzista-ma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2015 22:58:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[porto]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio a Genova]]></category>
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		<h3>La trappola: io non sono razzista, ma&#8230;</h3>
<p>Se l&#8217;avete finita a leggere quest&#8217;articolo, è perché il titolo vi ha ingannato. La trappola può aver agito in due modi diversi:</p>
	</div>
</div>



<div class="nectar-fancy-ul" data-list-icon="icon-salient-thin-line" data-animation="false" data-animation-delay="0" data-color="accent-color" data-spacing="default" data-alignment="left"> 
<ol>
<li><strong>Credete che chi ha scritto il testo sia razzista</strong>, un cane, un bastardo della peggior specie e volete proprio vedere che cosa si cela dietro quel piccolo, rivelatore, ipocrita &#8220;ma&#8221;;</li>
<li><strong>Siete razzisti nel profondo dell&#8217;anima</strong>, ma vi hanno insegnato a essere moralmente corretti e, quindi, a nascondere tali sentimenti; avete dunque cliccato perché cercate un aiuto a esprimere il vostro punto di vista razzista senza essere definiti razzisti e quel piccolo, simpatico &#8220;ma&#8221; fa proprio al caso vostro.</li>
</ol>
 </div>
<div class="wpb_text_column wpb_content_element " >
	<div class="wpb_wrapper">
		<div>La trappola del <i>&#8220;io non sono razzista, ma..&#8221;</i> ha agito su entrambe le tipologie di persone descritte sopra perché:</div>
	</div>
</div>



<div class="nectar-fancy-ul" data-list-icon="icon-salient-thin-line" data-animation="false" data-animation-delay="0" data-color="accent-color" data-spacing="default" data-alignment="left"> 
<ol>
<li><strong>La sottoscritta non è razzista,</strong> ma è una paraculetta. Mi diverto così tanto a leggere la frase <b><i>&#8220;io non sono razzista, ma&#8221;</i></b> seguita da una serie di giustificazioni che non starebbero in piedi nemmeno se fatte di cemento armato che ho voluto farne il titolo di un mio post.</li>
<li><strong>Siete affetti da razzismo,</strong> cercavate qualcuno che la pensasse come o meglio di voi per pulirvi prima del rito domenicale e quel &#8220;ma&#8221; faceva al caso vostro.</li>
</ol>
 </div>
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		<p>Beh, i secondi son cascati male. Vediamo se i primi, invece, saranno d&#8217;accordo con me (vi vorrei un po&#8217; partecipativi).</p>
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		<h3>Dagli immigrati al razzismo il passo è breve.</h3>
<p>Il solo fatto di post-porre la particella avversativa <b>&#8220;ma&#8221;</b> a una frase come <b>&#8220;io non sono razzista&#8221;</b> rivela già che lo siete. Se non lo foste, non avreste bisogno di elencare le numerose ragioni che vi portano a odiare persone che stanno semplicemente peggio di voi.</p>
<p>Le enormi ondate migratorie che si stanno infrangendo sulle coste italiane e greche, senza che il resto d&#8217;Europa muova un dito, son decisamente mal interpretate da molti (che sareste voi, definiti in questo articolo col numero 2). C&#8217;è chi, su questa tragedia umanitaria, ci marcia e i mass media fanno la loro parte: gli <b>immigrati</b> vengono descritti come una minaccia alla pulizia e perfezione definita dai nostri confini (ma dove?); circolano notizie false su alcune loro pretese in denaro oppure, all&#8217;esatto opposto, sul fatto che si lamentino dei comfort forniti loro; si pensa che arrivino qui completamente informati della situazione che li aspetta, perché siamo nell&#8217;era di internet e nelle baraccopoli africane ogni catapecchia è fornita di router ultramoderno; si diffonde piano, piano un po&#8217; di clemenza verso i siriani che possono chiedere lo status di rifugiato, ma guai se arrivi qui senza famiglia, perché vuol dire che al tuo paese stavi da Dio e non ti dovevi permettere di venir qui, a rubarci, magari, il lavoro nei campi di pomodori dove c&#8217;è la fila di italiani per lavorare sotto il sole cocente di agosto. Eh già.</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong>Ma guai se arrivi qui senza famiglia, perché vuol dire che al tuo paese stavi da Dio e non ti dovevi permettere di venir qui, a rubarci, magari, il lavoro <em>nei campi di pomodori dove c&#8217;è la fila di italiani </em> per lavorare sotto il sole cocente di agosto. Eh già.</strong></h3>
</blockquote>
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		<h3>No al razzismo! Sapete che gli esseri umani son tutti uguali?</h3>
<p>Per natura, o per stupidità, non riesco a non vedere la disperazione negli occhi di ogni singolo uomo, donna, bambino che arriva sulle nostre coste dopo una traversata spesso letale; così come non riesco a non vergognarmi, da essere umano, quando mille persone muoiono in mare in un colpo solo. La questione è molto semplice: <i>credo che il luogo in cui nasciamo, o il colore della nostra pelle, o i vestiti che portiamo, o la persona che decidiamo di scoparci non debbano influire sul fatto che siamo esseri umani tutti uguali</i>. Ho provato a descrivere tale immenso groviglio di sensazioni in un articolo che ho scritto per la rivista <a href="http://www.mediterraneaonline.eu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mediterranea online</a> e che potete leggere cliccando <a href="https://danielamelis.it/notizie/mediterranea/tra-mare-e-terra-le-promesse-affondano/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">qui</a>. Sperando di non sembrare incazzosa come chi odia &#8216;sti poveracci di <b>immigrati</b>, vi auguro buona lettura e mi auguro tanti commenti, per stimolarmi e stimolarci! Promesso?</p>
<p>Anche se, in effetti, <a href="https://danielamelis.it/notizie/mediterranea/tra-mare-e-terra-le-promesse-affondano/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">&#8220;Tra mare e terra le promesse affondano&#8221;</a>&#8230;</p>
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<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/io-non-sono-razzista-ma/">Io non sono razzista, ma..</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<title>Immigrati in cerca di pace nella terra dell&#8217;odio.</title>
		<link>https://danielamelis.it/immigrati-in-cerca-di-pace-nella-terra-dellodio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2014 13:56:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[odio]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/immigrati-in-cerca-di-pace-nella-terra-dellodio/">Immigrati in cerca di pace nella terra dell&#8217;odio.</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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		<h3>I fatti:</h3>
<p>Stamattina una colta donna che è stata a Medjugorje (Dio ti fulmini) ha espresso il suo parere su Croazia e Bosnia. Con grande stupore della sottoscritta, ha affermato, alla luce del sole e in presenza di testimoni, che “gli arabi lì hanno rovinato tutto e impoverito la gente”. Ha aggiunto che “però li mettono in riga (chi?): infatti a un’araba (forse intende una bosniaca di religione musulmana? Mah.) son stati controllati e ritirati i documenti. Ben fatto!”.</p>
<p>Dieci giorni fa, prima di partire per Zagabria dalla Sardegna, leggo sul giornale che un gruppo di immigrati africani, palestinesi e siriani si trova a Sadali, provincia di Cagliari. Spediti sull’isola, pare, per un piccolo errore del ministero. Qui protestano, non accettano di essere accolti, perché trasferiti con “l’inganno”. Il commentario alla questione lo trovo su <strong>facebook</strong>: frasi razziste della peggior specie, paranoie sulle nostre casse svuotate da quella che si configura come la feccia dell’umanità, infamie e calunnie di ogni genere. Da tempo ho notato che anche ad Aritzo, in provincia di Nuoro, un gruppo cospicuo di richiedenti asilo “alloggia” in un albergo al centro del paese. Non li ho mica mai trovati felici! Li si vede dalla mattina presto camminare senza meta, con una sigaretta in bocca e un punto interrogativo negli occhi. Le loro braccia inutilmente forti scandiscono tutta la noia, la frustrazione. Vengono da una zona del mondo catapultata nel mercato senza che ne avesse né la capacità, né la volontà; dove l’oppressione politica non si nasconde dietro un dito; dove il divide et impera ha dato i suoi più bei frutti.</p>
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		<h6 style="text-align: center; font-size: 10pt;">Africani e italiani a confronto: trova le differenze.</h6>
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		<h3>Le domande:</h3>
<ol>
<li>Come può una persona permettersi di commentare così banalmente l’origine del male in Croazia e dintorni senza conoscere la complessità delle guerre balcaniche?</li>
<li>Come può una persona parlare di “arabi” quando è evidente la sua confusione mentale al riguardo?</li>
<li>Come si può dare la colpa di crisi e disoccupazione alle ondate umane provenienti dal Terzo Mondo?</li>
<li>Come si può pensare che siriani e palestinesi affrontino viaggi spesso fatali spinti dalla sola volontà di “mangiare a spese del lavoratore italiano”?</li>
<li>Dov’è il loro buon Dio quando affermano certe cose?</li>
</ol>
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		<h3>Le riflessioni:</h3>
<p>Io, ragazzi, vi vorrei far notare che il primo parassita è lo Stato. E dopo lo Stato ci siete voi!</p>
<p>Voi che avete abbandonato quelle terre di cui si occupano, sottopagati, gli indiani, proni al duro lavoro per sfuggire alla fame. Voi che mangiate nei ristoranti pretenziosi dove i negeriani lavano i piatti che l’italiano disoccupato non vuole toccare. Voi che avete fatto dell’assistenzialismo la vostra linfa vitale. Voi che avete preso la strada della politica per farvi gli interessi vostri. Voi che in politica non ci siete entrati, ma l’avete usata per accaparrarvi un lavoro (qualsiasi): così, senza meriti o talento, contribuite a rovinare quel che resta di un sistema pubblico che è solo una macchina per nutrire pericolose forme di parassitismo. Voi che giudicate senza sapere come si vive al di fuori delle quattro mura di casa vostra. Voi che ancora giudicate senza ricordare che sardi e italiani son stati i primi a emigrare; i primi ad aver prestato le proprie braccia ariane all’industrializzazione di Germania e USA.</p>
<p>Se ci penso al Mediterraneo! Perché è diventato una periferia che divide il bello dal brutto, il giusto dallo sbagliato? Un tempo era lo spazio aperto dove le culture si incontravano senza fronteggiarsi. Oggi si dimentica in fretta e si pensa solo a sfogare una personale frustrazione. Ma se soffrite voi, che ogni notte dormite sereni sotto un tetto, figuriamoci chi vive sotto le bombe; sotto la cenere che sgorga laddove l’acqua manca; sotto un’economia etero imposta e iniqua; sotto un sistema socio-politico corrotto, inadeguato e conflittuale. A volte vorrei scappare io per il semplice fatto che mi opprime la ristrettezza di pensiero. E pretendo di farlo liberamente, perché nessun essere umano è un clandestino!</p>
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<h3 style="text-align: left"><strong>Ma se soffrite voi, che ogni notte dormite sereni sotto un tetto, <em>figuriamoci chi vive sotto le bombe;</em> sotto la cenere che sgorga laddove l’acqua manca; sotto un’economia etero imposta e iniqua; sotto un sistema socio-politico corrotto, inadeguato e conflittuale.</strong></h3>
</blockquote>
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		<p>I cattivi non sono gli immigrati, i cattivi siete voi! Cattiva è l’Italia che fino a Berlusconi, e fino a Gheddafi, ha risolto la questione facendo rinchiudere migliaia di africani nelle fredde carceri della Libia, prima che salpassero per la Sardegna e la Sicilia. Ah, questa sì che è la civiltà di cui vi vantate e che volete!</p>
<p>Ma vi immaginate se riusciste a mettere da parte l’ignoranza e l’odio? Si vivrebbe pacificamente, come è successo in passato, o come nelle più primitive e pure leggi della natura. A partire dal governo che dovrebbe sfruttare i mass media per spiegare a certi signorotti quali accordi internazionali ha sottoscritto perché abitanti di paesi in guerra possano chiedere asilo qui. Che dovrebbe agire più concretamente, piuttosto che lasciare che si faccia degli immigrati il capro espiatorio per tutto ciò che non funziona. I cittadini, invece, dovrebbero arricchirsi dal confronto con culture lontane. Meglio ancora, potrebbero coinvolgere gli “stranieri” per risollevare le sorti della propria terra. Ci son tanti mestieri che stanno scomparendo: il calzolaio, ad esempio. In Sardegna il 60% del terreno coltivabile è lasciato a se stesso. Allora perché non sfruttare queste menti e questi muscoli affinché imparino tali attività? Che lavoro rubano se nessuno qui si vuole “sporcare le mani”?</p>
	</div>
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		<h6 style="text-align: center; font-size: 10pt;">Le ricche città da cui scappano &#8211; Raqqa</h6>
	</div>
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		<h3>Le conclusioni:</h3>
<p>Badate che siete solo un frammento nell’immensità dello spazio e del tempo. Godetevi quel che vi resta da vivere e non rovinatevi il fegato per un bengalese che non vi caga di striscio. E poi, da bravi bigottoni col culo stretto che siete, non avete presente una delle massime preferite dal caro Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso? Strano.</p>
<p>Per concludere vi consiglio un paio di letture:</p>
<ol>
<li>la storia del mondo dalle origini fino a oggi;</li>
<li>qualcosa sulla civiltà egiziana e sulle grandi tribù dell’Africa, giusto perché realizziate chi avete di fronte quando vedete un “uomo nero” (buh!);</li>
<li>alcuni libri sulla colonizzazione vi aiuterebbero a capire come e perché nascono i flussi migratori attuali;</li>
<li>vi lascerei, infine, nelle mani del grande <strong>George Orwell</strong>: affinché la vostra mente possa conoscere la realtà delle cose e, di conseguenza, far luce sul servilismo di cui siete ignare vittime.</li>
</ol>
<p>Ogni riferimento a cose e persone NON è puramente casuale. Se volete definizioni di arabo, musulmano, islamico, ecc contattatemi pure. Un po’ di semplice vocabolario potrebbe schiarirvi le (confuse) idee.</p>
<p>Insh’Allah.</p>
	</div>
</div>




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</div></div>
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		<title>Voglio il conto in Cina: giovani e lavoro oggi</title>
		<link>https://danielamelis.it/voglio-il-conto-in-cina-giovani-e-lavoro-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 15:47:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
		<category><![CDATA[conto]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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		<p><span class="nectar-dropcap" >A </span><b>lavorare</b> ho iniziato a 11 anni. Non in una fabbrica cinese, sia chiaro. Lo preciso perché possiate tirare un sospiro di sollievo, e per non innescare il putiferio di pensieri associativi: sfruttamento minorile, morti bianche, manodopera a basso costo.</p>
<p>A <b>lavorare</b> ho iniziato a 11 anni. E oggi starei meglio in una fabbrica cinese. Almeno i patti sono quelli: sgobbare 25 ore al giorno per una ciotola di riso. Ti assegnano un cubicolo condiviso. Ti dotano degli strumenti del mestiere: ago, filo e colle altamente cancerogene. Con queste ultime puoi anche sballarti, come fanno i teen-ager di mezzo mondo. Che fortuna: vitto, alloggio e droga a costo zero.</p>
	</div>
</div>




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		<p>Va così in <b>Cina</b>. Non si fa retorica sui <b>diritti umani</b>. Non esiste ipocrisia. Lì non si rischiano incomprensioni tra sguatteri e datori di lavoro.</p>
<p>Per capirci, suggerisco un tour nell’inferno Italia. Nel <i>limbo</i> (scuola elementare) somministrano l’inganno: “Repubblica fondata sul lavoro”. Personalmente, ci credetti. Ahimè. Così fantasticai, e trotterellai: liceo, università, lingue straniere, erasmus, tirocini all’estero. Finita la corsa, fui costretta a lasciare ogni speranza: mi aspettava il <i>girone</i> “mondo del <b>lavoro</b>”. Quaggiù fraudolenza e cupidigia fanno da padrone.</p>
<p>Alla base fioriscono i famosi stage non retribuiti. È dura: si produce tanto, si impara a metà e si muore di fame. Poi gli annunci: “si richiede totale dedizione all’azienda, impegno massimo e serietà”, un pacchetto che vale 100€ di rimborso spese (wow). Piccoli favori si trasformano in impieghi full time: non si vede mai una lira. Ciliegina sulla torta, una pena che prevede l’invio di venti curriculum al giorno. Mediamente le risposte son le seguenti: nessun messaggio in arrivo; nessun messaggio in arrivo; nessun messaggio in arrivo; grazie, ma non hai esperienza; grazie, ma hai più di 25 anni; grazie, ma non hai asservito a nessuna multinazionale; hai presente dove cazzo vivi?; votando quella gente dove vuoi arrivare?; ti garantisco il posto, tu me la dai?; scusa, ma non sei abbastanza stupida.</p>
<p>Impera la frustrazione.</p>
	</div>
</div>




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<h3 style="text-align: left"><strong>Alla base fioriscono <em>i famosi stage non retribuiti.</em> È dura: si produce tanto, si impara a metà e si muore di fame. Poi gli annunci: <em>“si richiede totale dedizione all’azienda,</em> impegno massimo e serietà”</strong></h3>
</blockquote>
</div>
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		<p>A differenza della Cina, in Italia si decantano i <b>diritti umani</b> e si dimentica la dignità. Qui un <b>giovane </b>non può ambire nemmeno a una semplice convivenza. Viaggiare e andare al cinema una tantum è proibitivo. Non è consentito fare l’amore senza pensieri, mettere al mondo un figlio, morire lasciando i soldi per pagare il funerale.</p>
<p>Ma io qui non ci crepo mica. Andrò in Cina, dove i cadaveri spariscono e le figlie femmine si ammazzano alla nascita. Almeno non subiranno il triste rito del femminicidio per mano del marito. Amen.</p>
<p>Sì, apro il conto in Cina. Voi fate come vi pare.</p>
	</div>
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		<title>22 ore bulgare.</title>
		<link>https://danielamelis.it/22-ore-bulgare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniela Melis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Mar 2014 16:06:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Bulgaria]]></category>
		<category><![CDATA[confini]]></category>
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		<category><![CDATA[scontro]]></category>
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		<div id="fws_6826fc87c1c16"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row"  style="padding-top: 0px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
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		<p><span class="nectar-dropcap" >O</span><em><b>gni viaggio fa pensare. Alla vita, alle scelte, alla diversità. Ne racconterò uno che mi ha dato il pretesto per congetturare sull’idea di confine.</b></em></p>
	</div>
</div>




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		<p style="font-weight: 400;">È novembre a Salonicco. Vogliamo raggiungere la Bulgaria, Alexa ed io. La soluzione più economica è partire a mezzanotte, arrivare alle 5 del mattino, pernottare una notte e via. (Solo Dio, se esiste, sa cosa vuol dire approdare in una stazione di Sofia all’alba. Forse esiste. Perchè noi, una greca e un’italiana in bus verso la capitale, non ci arrivammo. O almeno, non a quell’ora).</p>
	</div>
</div>




			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
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		<p>Alexa ha doppia nazionalità. Al confine con la Bulgaria esibisce il passaporto albanese. Quello vecchio, ovviamente, scaduto da anni, mentre i documenti greci sono al sicuro, a casa. Siamo gentilmente invitate a scendere dal bus, sotto lo sguardo sghignazzante dei passeggeri. Troviamo riparo nella garitta dei poliziotti di frontiera. Annoiate, ci dirigiamo verso il Greece Duty Free. Ci dilettiamo tra rossetti e mascara. La notte è lunga. Al bar sorseggiamo un caffè. Un immigrato albanese e cinque vecchi incuriositi ci fanno compagnia. Urge rientrare. A salvarci è Thomas, che fa Grecia-Bulgaria Bulgaria-Grecia in meno di sei ore e ci riporta a casa. Il giorno dopo siamo di nuovo in viaggio, col sole alto e carta d’identità greca alla mano. Dopo qualche stazione avranno luogo le famose “22 ore a Sofia”, utili per:</p>
	</div>
</div>



<div class="nectar-fancy-ul" data-list-icon="icon-salient-thin-line" data-animation="false" data-animation-delay="0" data-color="accent-color" data-spacing="default" data-alignment="left"> 
<ol>
<li>Rifornirci di sigarette a metà prezzo;</li>
<li style="font-weight: 400;">Capire che i ragazzi bulgari son tristi e timidi;</li>
<li style="font-weight: 400;">Intuire similitudini e differenze del cibo dei Paesi comunicanti;</li>
<li style="font-weight: 400;">Notare come la Bulgaria sia sfornita di luce, ovunque;</li>
<li style="font-weight: 400;">Respirare l’aria sovietica;</li>
<li style="font-weight: 400;">Ricordarci di ricordare a giovani studenti di non fare l’Erasmus a Sofia.</li>
</ol>
 </div>
			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
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				<div class="nectar-highlighted-text" data-style="half_text" data-exp="default" data-using-custom-color="true" data-animation-delay="false" data-color="rgba(52,82,255,0.43)" data-color-gradient="" style=""><blockquote>
<h3 style="text-align: left"><strong>Questo incontro/scontro fa riflettere sulle barriere che popolano il mondo, la cui natura è essenzialmente artificiale. <em>Nemmeno il mare o le montagne tracciano linee divisorie</em> sul globo, in quanto parte dello stesso fenomeno: la natura.</strong></h3>
</blockquote>
</div>
			</div> 
		</div>
	</div> 
</div></div>
		<div id="fws_6826fc87c2b04"  data-column-margin="default" data-midnight="dark"  class="wpb_row vc_row-fluid vc_row"  style="padding-top: 0px; padding-bottom: 0px; "><div class="row-bg-wrap" data-bg-animation="none" data-bg-animation-delay="" data-bg-overlay="false"><div class="inner-wrap row-bg-layer" ><div class="row-bg viewport-desktop"  style=""></div></div></div><div class="row_col_wrap_12 col span_12 dark left">
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		<p style="font-weight: 400;">Avevamo solo la curiosità di vedere come stavano le cose oltre quei pochi metri che separano il territorio greco da quello bulgaro. Nient’altro.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo incontro/scontro fa riflettere sulle barriere che popolano il mondo, la cui natura è essenzialmente artificiale. Nemmeno il mare o le montagne tracciano linee divisorie sul globo, in quanto parte dello stesso fenomeno: la natura.<br />
Le barriere si identificano perlopiù con i confini tra Stati, i serrati controlli alle frontiere, il panico per la contaminazione di spazi arbitrariamente considerati puri. Son come dei fili grossolanamente posizionati a dividere porzioni di territorio.</p>
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		<p style="font-weight: 400;">Muri artificiali disegnati sulla carta sminuiscono il senso pieno dell’essere libero. L’uomo è prima di tutto curiosità, scoperta, esplorazione. I confini isolano e mostrano l’altro come diverso e, quindi, nemico.<br />
Naturale conseguenza è un confinarsi in se stessi, fino ad aggrovigliarsi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Allora a chi, come me, bandisce limiti fisici, mentali e territoriali, non resta che seguire il consiglio suggerito da John Lennon con queste poche, semplici, ma efficaci parole: “Imagine there’s no countries, it isn’t hard to do…”.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://danielamelis.it/22-ore-bulgare/">22 ore bulgare.</a> proviene da <a href="https://danielamelis.it">Daniela Melis</a>.</p>
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