Il formaggio tipico racconta la storia millenaria di un paese gioiello

Il fiore sardo non è un formaggio. È l’anima di Gavoi, che su questo eccezionale prodotto ha costruito la sua ricchezza, la sua fama, i suoi intellettuali. I zillonarjos, commercianti d’orbace, si trasformarono in proprietari terrieri e grossisti di formaggio, che mandavano a Lecce e Genova come condimento per la pasta. E poi da lì, tramite immigrati liguri e pugliesi, in America. Partivano da Gavoi vagoni di pecorino e tornavano in paese vagoni di denaro, grazie al quale il comune è diventato quel gioiello architettonico che ha in Barbagia il ruolo di prima donna. Per questo motivo i gavoesi, intelligenti guardiani della tradizione, hanno restituito al fiore sardo una parte di ciò che questo ha dato loro, realizzando nel suo nome uno dei musei più belli e tecnologici della Sardegna. Che inizia con l’antico lapiolu in rame e finisce con una cucina futuristica, dove realizzare mostre ed eventi. Il Museo del Fiore Sardo è stato collocato in quello splendido palathu di granito che appartenne un tempo alla grande famiglia Lai.

Il fiore sardo non è un formaggio. È l’anima di Gavoi, che su questo eccezionale prodotto ha costruito la sua ricchezza, la sua fama, i suoi intellettuali.

Scrigno

Quattro piani che vedono tutto l’abitato. In ogni stanza si svela un mistero, dal pastrano d’orbace, che serviva anche come coperta, a sas pischeddas col giglio intagliato nel suo cuore. Le producevano gli artigiani desulesi, che intagliarono al centro un benedicente giglio preso dai rosoni delle chiese romaniche. Ma i commercianti di Gavoi capirono per primi che la standardizzazione sarebbe stato il segreto del mercato e quindi si fecero preparare dai latonieri del continente forme in alluminio tutte uguali che potessero contenere il formaggio prodotto da 25 litri di latte. 5 kilogrammi di formaggio fresco, che diventano 3,6 con stagionatura di un anno. Il fiore sardo si trasforma così in Casu ‘e Gavoi. Forme a campana tutte uguali. Tutto questo il fantastico museo racconta grazie alla scenografia di un grande del cinema, Fabio Olmi, e alle fotografie di un grande artista, lo sloveno Žiga Koritnik. Perché i gavoesi hanno un altro dono, raro in Barbagia: non sono campanilisti, né nepotisti. S’istranzu è per loro il miglior regalo e gli affidano, se lo merita, il ruolo di prim’attore.

L’assessore

Con garbo ed eleganza tipica di questo paese gentile l’assessore alla cultura Enrico Mura introduce i visitatori nei segreti di questo millenario formaggio, più antico dei nuraghi stesso: e dal suo racconto si avvertono i profumi di un tempo antico mai perduto. Uomini e cose sono insieme radicati in questa montagna incantata dove tutto è bello e odoroso di fiore.