La scrittrice Asmae Dachan, esperta di guerra in Siria, ospite del festival di Perdasdefogu

<Io e il dramma siriano>

Un velo blu a incorniciare il viso, in tinta con l’abito lungo e con il cielo stellato di Perdasdefogu. Così Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana, ha salutato il pubblico di “7sere, 7piazze, 7libri”, il festival letterario foghesino che quest’anno ha come tema “Libertà vo cercando”. Tra queste righe il libro di Asmae Dachan, “Il silenzio del mare”, edito da Castelvecchi, si è inserito perfettamente. Perché quando si parla di Siria, -e quindi di guerra, migrazioni, accoglienza- si parla di diritti umani, di libertà violate e di quella libertà che, appunto, si va cercando. Nata ad Ancora, ma originaria di una lontana e antica città di Levante, Aleppo, Asmae Dachan ha fatto luce su uno dei più controversi conflitti del mondo.

Veniamo al suo libro. Perché il mare sta in silenzio?

Il titolo del romanzo è un ossimoro: il mare non è mai silenzioso, neanche di notte o quando c’è bassa marea. Il mare, però, sa tacere, sa tenere segreti i destini di donne e uomini che hanno tentato, invano, di attraversarlo. Proprio come accade a una dei protagonisti del mio libro.

La sua narrazione parte da lontano: quel fatidico 2011 in cui scoppiò la guerra in Siria. Quanto è importante capire le origini di questo conflitto che sembra non avere fine?

È importante conoscere il contesto storico e geo-politico per capire cosa è successo e sta ancora accadendo. La Siria è un Paese dalla storia millenaria ostaggio di una guerra infinita: non più una guerra civile, ma un conflitto internazionale. Siamo passati dalle sollevazioni popolari pacifiche e laiche del 2011 a una ribellione armata contro il governo, che non ha esitato a bombardare le città insorte. Poi sono intervenuti miliziani ed eserciti stranieri e, a dare il colpo di grazia ai civili siriani, nel 2014 è esploso il fenomeno del terrorismo internazionale. Così le legittime aspirazioni a libertà e democrazia del popolo siriano sono state uccise da un conflitto ormai sovra-nazionale. 6,5 milioni di siriani sono profughi, altrettanti gli sfollati. La Siria è ridotta a un cumulo di macerie e il popolo soffre.

Nel libro Fadi viene accolto da un pescatore e una dottoressa in Italia: c’è ancora spazio per essere umani oggi?

Si, c’è. Nonostante quello che si dice, speranza e solidarietà sono ancora vive. Nel libro ho raccontato questa storia di accoglienza, ispirandomi a storie vere di italiani che hanno ospitato con profonda umanità.

In che modo il suo romanzo spiega il conflitto siriano e le migrazioni che ha causato?

Anche in questo caso il romanzo si avvale di storie vere che ho documentato in anni di lavoro. Con i due fratelli costretti a fuggire da Aleppo, racconto il contesto ostile che si era creato nella città. E la loro disperazione nel partire, con la speranza di ritornare, un giorno.

“Il silenzio del mare” parla con gli occhi degli oppressi. Con quali occhi una siriana lontana dalla sua terra vede questo conflitto?

Con occhi di chi è grato al Paese dove è nato e cresciuto, dove ha respirato diritti umani e libertà, e ha maturato il desiderio di difendere questi valori, qui e in ogni altra zona del mondo. Inutile negare il dolore nel veder morire amici e parenti e una parte della propria storia.

Questa è una fantastica citazione dal testo per cercare di tenere viva l’attenzione.
L’evidenziato si fa semplicemente con il corsivo.

Giornalista e scrittrice, insignita di una serie di premi: quanto coraggio ci vuole per raccontare la guerra in Siria?

Ci vogliono tanto coraggio e passione. Chi sceglie questo mestiere sa che è difficile, rischioso, ma anche che non c’è nulla di più importante che dare voce anche agli oppressi. Col giornalismo faccio i conti con la variabile del tempo. Col romanzo, invece, posso porre l’accento sui sentimenti, entrare in profondità. Due linguaggi diversi, ma importanti, che aiutano a conoscere la realtà che circonda le storie che ho raccontato negli anni e quelle che metto insieme in questo romanzo.