Da tempo l’abito tradizionale in mostra al Metropolitan

Desulo è un paese di viandanti: pastori transumanti e venditori ambulanti hanno ricamato la Sardegna a forza di spostamenti, ma non sono gli unici ad aver lasciato un segno lontano da casa. Ciò che ha reso Desulo internazionale è il suo abito tradizionale, soprattutto la cuffietta indossata dalle donne, ”su cuguddu”, un pezzo unico del vestiario antico sardo. Qualche giorno fa ne è stata scovata una nel New Jersey, Nord-Est degli Stati Uniti.

Nel museo di Newark, tra gli oggetti di arte americana, asiatica e mediterranea antica, probabilmente custodito in quest’ultima sezione, si trova un tipico cuguddu desulese, cuffia in panno rosso ricamato che contorna il viso con un fiocco. Come emerge dalla didascalia, è lì dall’aprile 1977, accompagnato da queste parole: «Le donne della Sardegna vestono cuffie dal taglio infantile.

La Sardegna è l’unico posto in Italia dove i costumi tradizionali sono ancora indossati». «Si tratta di un pezzo di fine Ottocento-, spiega Ignazio Sanna Fancello, esperto di abiti tradizionali sardi, originario di Desulo, che ha ricevuto le foto, poi postate su Facebook, da un amico, -Lo si comprende dal panno che termina con una cimosa nera e dal fatto che abbia pochi ricami».

«Penso a una desulese emigrata in America o a un figlio che l’abbia portata con sé per ricordo»

Difficile capire come un cuguddu desulese sia giunto nel New Jersey. Molti dati sugli abitanti del paese sono andati perduti quando l’ufficio anagrafe ha preso fuoco, con i suoi documenti, a fine Ottocento. «Penso a una desulese emigrata in America o a un figlio che l’abbia portata con sé per ricordo», spiega Fancello, ma non sarebbe strano che su cuguddu fosse stato dato in dono a un illustre cittadino americano, come si usava fare in passato.

Anche alla Regina Elisabetta, durante una visita nell’isola negli anni Sessanta, fu regalata la stessa cuffia, simbolo delle donne sarde. Al Metropilitan Museum di New York è esposto, invece, un intero abito di Desulo, dato al museo dall’ambasciatrice americana in Italia (1953-1956) Clare Boothe Luce, che lo ricevette in dono a sua volta.