Marco Buttu, da Gavoi all’Antartide: <Il mio viaggio ai confini della vita>

L’ingegnere elettronico di Gavoi lo racconta in un libro

Si può andare anche in capo al mondo, ma si resta fedeli al luogo in cui si è nati. E infatti Gavoi è la vera base di partenza di Marco Buttu, ingegnere elettronico di 41 anni, che per 13 mesi ha vissuto nel luogo più freddo e remoto del pianeta: l’Antartide. E Gavoi è anche l’elemento che tiene insieme i racconti del libro dell’ingegnere che nasce da questa esperienza estrema: “Marte Bianco. Nel cuore dell’Antartide. Un anno ai confini della vita”, Edizioni Lswr. 208 pagine dove scienza e poesia trovano finalmente una necessaria armonia.

L’Antartide di Marco Buttu: ghiaccio e buio

È il racconto di un continente di ghiaccio e buio, che sembra, all’ingegnere di Gavoi, quasi un altro pianeta. Un Marte bianco, appunto. Dove le stelle son tanto vicine che sembra di poterle toccare. Dove l’acqua calda lanciata in aria dipinge un quadro che si staglia in un orizzonte di niente. Ma non solo: il libro è il pretesto per ragionare sulla vita. Una vita che fa crollare la certezza dei piedi quando si trova di fronte a sfide difficili. E questa era una sfida contro l’impossibile: <Ho trascorso 13 mesi in una base di ricerca scientifica, la Concordia Station, situata nel plateau antartico, la località più fredda del pianeta. È stato possibile grazie al PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide) finanziato dal MIUR e coordinato dal CNR per le attività scientifiche, e dall’ENEA (Agenzia Nazionale per nuove tecnologie, energia e sviluppo economico sostenibile) per l’attuazione operativa delle spedizioni antartiche. Le condizioni ambientali nel plateau sono estreme: tre mesi di buio, temperatura che arriva a -80°C, carenza di ossigeno, aria secca, nessuna forma di vita. Eravamo in 13 a trascorrere l’inverno più straordinario della nostra vita, gli esseri umani più soli del pianeta, in quel momento. Da febbraio a novembre la stazione Concordia è irraggiungibile. Per cui eravamo totalmente isolati dal resto del mondo, eccetto che con le comunicazioni (una limitata connessione satellitare, pari a circa 1/100 di quella che si ha con un normale cellulare, e in aggiunta da condividere tra di noi e da utilizzare per tutti i servizi, compreso il trasferimento dei nostri dati in Europa). Il tempo per scrivere non mancava, ma soprattutto la voglia di raccontare questo viaggio, appunto, ai confini della vita>.

Sentirsi spiazzati

Come sarebbe se non ci fosse la scrittura? A far svanire i tremori che popolano il cervello, le paure che bloccano l’azione? L’Antartide di Marco Buttu è un po’ la dimensione del sentirsi spiazzati di fronte all’immensità di certe situazioni. La direzione per lui è stata la penna. Che serve anche a raccontare emozioni uniche, come queste: <La sensazione che mi porterò dentro è l’arrivo di un aereo dopo 9 mesi di isolamento. Per me racchiude un po’ tutto. Non è stata una liberazione in quel caso, ma un risveglio di sensi, un cambio di prospettiva, nuovi rumori>.

Gli ultimi capitoli del libro, poi, son stati scritti in India: <Per me viaggiare è scoprire un’altra cultura, i luoghi. L’India è stata utile per stare lontano dall’ambiente italiano. E anche per praticare lo yoga con un maestro. La disciplina mi è servita in Antartide per controllare la respirazione in un luogo in cui c’è una forte carenza di ossigeno. E poi perché dà un obiettivo giornaliero che fa pesare meno lo scorrere del tempo. Un tempo che si dilata incredibilmente quando la notte inghiotte il giorno>.

L’Antartide di Marco Buttu è un po’ la dimensione del sentirsi spiazzati di fronte all’immensità di certe situazioni. La direzione per lui è stata la penna.

L’impossibile e gli altri capitoli della vita di Marco Buttu

Nel libro c’è un capitolo sull’impossibile, ci son viaggi e divulgazione scientifica, la vita prima e dopo l’Antartide. Il tutto ornato da oltre 60 foto. Dell’Antartide, certo, ma anche della Sardegna di Marco Buttu: <Uso la storia della Concordia per raccontarne altre che mi sono chiare e, soprattutto, per parlare di scienza. È un argomento difficile, che annoia: io qui cerco di proporla al lettore in modo che si diverta. Ho spiegato la vita su altri pianeti, onde elettromagnetiche, campo magnetico inserendoli all’interno di un racconto. In tutti i capitoli c’è un po’ di Sardegna. E un po’ di Gavoi, il luogo in cui la mia storia è iniziata>.