Gadoni. Parte il rilancio turistico ambientale dell’area

Riapre la miniera. Vincenzo Deidda, 82 anni: la mia esistenza sotto terra

A Gadoni la nostalgia sa di ferro e polvere, di rame e buio. Vive nei ricordi di chi lavorò nella sua miniera. Vincenzo Deidda, 82 anni, ha trascorso lì la sua vita. In quella Funtana Raminosa che, fino alla chiusura nel 1995, impiegava centinaia di minatori, operai, tecnici. Mise piede nel sottosuolo appena sedicenne e ne uscì dopo quarant’anni. E oggi che la miniera sta per essere riaperta per scopi turistici, con l’inaugurazione prevista per venerdì prossimo, i suoi racconti sono parte integrante di quelle gallerie sotterranee, di quei giorni difficili tra mine, paura e speranza.

Le parole dei ricordi

«Seguii le orme di mio padre, che lavorava sotto terra. Vivevamo a Perdas Orrubias, dove sorgevano le case dei minatori, lo spaccio e la sala cinema-, descrive Vincenzo con un sorriso disteso, le mani, ormai bianche, incrociate, come a sussurrare un grazie per una vita difficile, ma piena di soddisfazioni, -Ricordo quei giorni con malinconia. Un’esistenza più dura, ma nella quale eravamo tutti fratelli».

Il lavoro in galleria

La miniera fu per Gadoni fonte di immensa ricchezza, economica e sociale. In quegli anni c’erano più del doppio degli attuali abitanti, ma nonostante ciò nessuna strada la collegava al paese fino agli anni Sessanta: «Occorreva percorrere otto chilometri a piedi in un’ora per rientrare», continua Deidda. «Non sentiva la fatica, perché mi aveva già conosciuto», aggiunge ironicamente sua moglie Adelina, 74 anni, che condivide con lui quei ricordi. «Pensavamo che sarebbe stata una risorsa inesauribile: nessuno avrebbe mai potuto pensare che i cancelli d’ingresso avrebbero chiuso per sempre».

«Ci lavorai anche io per un periodo-, aggiunge la donna, -Grazie a questi due stipendi siamo riusciti a coronare il sogno di una vita: costruire casa nel cuore di Gadoni e crescere i nostri tre figli. Cucinavo e facevo pulizie, ero come una madre per gli impiegati e loro erano come un’altra famiglia».

Le mani, ormai bianche, incrociate come a sussurrare un grazie per una vita difficile, ma piena di soddisfazioni

La vita sotto terra

«Per me Funtana Raminosa era casa-, prosegue sulla stessa linea Vincenzo, -Iniziai come apprendista, poi diventai minatore e, infine, sorvegliante. Vivevo al buio: ero talmente abituato al sottosuolo che quasi non riuscivo a lavorare fuori. Era un lavoro duro, ma l’ho svolto con gioia». E poco importavano i pericoli, lo scarso riciclo d’aria, l’odore intenso di esplosivo, le scarse protezioni: «La miniera era una passione, una vocazione-, spiega con emozione Pissenti, come veniva chiamato da operai e superiori, per i quali era un punto di riferimento -è stato molto doloroso abbandonarla: avevo un buon rapporto con tutti». La nostalgia della miniera che fu è struggente: «Ho visto andar via i miei vecchi amici, molti ammalatisi in miniera, altri emigrati dopo la sua chiusura- chiosa Vincenzo, -La speranza è che Gadoni riesca a valorizzare le sue numerose risorse, di cui Funtana Raminosa è l’emblema».