Desulo, tradizioni. Una decina le matriarche fedeli al costume indossato da bambine

<Le persone oggi hanno paura di non essere al passo coi tempi>

Indossano uno tra gli abiti più eleganti al mondo. Eppure sono l’immagine della semplicità. Dietro gli occhi dolci e le mani che si intrecciano appena, nascondono una certa diffidenza. Perché ad affrontare da sole il mondo hanno imparato sin da piccole. Sono l’ultimo baluardo di un passato che resiste. E non dovrebbero sorprendersi ogni volta che qualcuno si ferma a fotografarle. Perché le donne di Desulo che ancora oggi indossano l’abito tradizionale, quello rosso e pieno di vita, sono le uniche e vere ribelli alla globalizzazione in un mondo bravo solo a parole, mai a fatti. Hanno affrontato la modernità di petto senza farsi travolgere. Non hanno sentito il richiamo di pantaloni o maglie scollate: stanno bene dove sono, avvolte nel loro vestito rosso, segno d’identità e bellezza. E non hanno conosciuto altri abiti nella loro vita se non questo, che è più simile al vestire di una regina che a quello di una donna di montagna. Perché regine lo sono. Regine del Gennargentu, come le definì Montanaru.

Il dolore è una pezza nera per le donne di Desulo

Ne sono rimaste poco più di dieci in paese. E vestono di rosso perché non si sono mai sposate, agadiasa, come si dice da queste parti, oppure perché il loro marito è ancora in vita. In alcuni casi, però, portano addosso il dolore per la perdita di un famigliare: un piccolo pezzo di stoffa nera, sa panna niedda, aggiunto a su cippone, il coprispalle dell’abito desulese. <Queste sono per babbo e mamma>, spiega Bailla Fais, 87 anni, mentre china il capo verso il suo abito messo al contrario, come si usa nel quotidiano. Il rosso, invece, si spegne per il lutto più grave: la perdita del marito.

Donne di Desulo e su costumene a 5 anni

<Quando avevo 3 anni mi hanno messo camicia e gonnellina rossa. A 5 ho indossato su costumene per intero. Camisa, la camicia, camisedda, la gonna, e palettasa, il gilet. Non l’ho più tolto. Sono legata a tutto questo. Perché dovrei cambiarmi?>, afferma Speranza Peddio, 88 anni. Trovano naturale vestire così, come quando erano bambine. <Sono stanca delle foto che mi fanno solo perché ho due stracci addosso>, commenta ancora Tia Bailla Fais, ingannevolmente certa di non essere bellissima tra quei panni sontuosi. Bailla Lai, oggi novantatreenne, ha presenziato in tutta spontaneità alla laurea dei nipoti, a Cagliari, in abito tradizionale, quello più ricamato messo a cara ona, come si deve ai giorni di festa. Soboa Gioi, invece, 91 anni, ha girato il mondo (Terra Santa, Lourdes, Roma, tra gli altri) con is cadianasa strette in vita e la gonna rossa maestosa, che indossa ancora oggi che sul petto ha le trecce bianche.

<Le persone oggi hanno paura di non essere al passo coi tempi, di non avere abbastanza>

Zia Soboa: <Tutto è niente>

Nemmeno i desulesi sono avvezzi a vederle con su saucciu de liare, mentre si spostano da un rione all’altro per le commissioni, quando tornano dall’orto o puliscono la piazza, mentre fanno a maglia sull’uscio di casa o siedono in chiesa. È una meraviglia alla quale non ci si abitua. Loro che son state fedeli a sé stesse, senza temere il tumulto del mondo. Solo lavorare e tirare avanti con fierezza, non perdersi tra beni futili. Hanno scelto di omologarsi a ciò che hanno conosciuto da sempre: quel rosso simbolo di indipendenza. <Tutto è niente>, dice Tia Soboa commentando il fatto che ha vissuto da sola fino a 6 anni fa.

<Le persone oggi hanno paura di non essere al passo coi tempi, di non avere abbastanza>, osservano. Riempirsi di tutto per essere niente. Loro, invece, le donne di Desulo in abito rosso, sono così profondamente tutto grazie al loro avere niente.